Steven Soderbergh – Sesso, bugie e videotape

Sesso, bugie e videotape, ovvero dove tutto è iniziato. Steven Soderbergh si presentò con questo film a Cannes, nel 1989. Aveva appena 26 anni, era il suo primo lungometraggio: ciononostante, vinse la Palma d’Oro. A distanza di anni, riguardandolo, il verdetto pare eccessivo, però non si può non riconoscere a Sesso, bugie e videotape una certa importanza.

Primo, perché il film, costato 1,2 milioni di dollari, ne incassò oltre 25, dimostrando che il cinema indipendente era un affare serio e, in un certo senso, “liberandolo”. Secondo, perché diede il via ad una carriera singolare, tutta contesa tra produzioni sperimentali, più raccolte (Kafka, Bubble, The girlfriend experience) e filmoni ad ampio budget (Out of sight, Erin Brockovich,Ocean’s 12 e via di seguito), tra successi e fiaschi colossali.

Sesso, bugie e videotape ruota intorno ad un personaggio, quello di Graham Dalton, che, rimasto traumatizzato nove anni or sono dalla fine di una relazione, è diventato impotente e ha la mania di girare con una videocamere con cui raccoglie le confessioni delle donne sul sesso. Dalton un bel giorno ritorna a Baton Rouge e incappa nell’amico d’infanzia John, avvocato, sposato con una donna frigida, Ann, e che per questo si consola con la sorella di lei, Cynthia. John invita Dalton a trasferirsi in casa loro, e da lì le cose precipitano.

Dalton e la sua videocamera danno inizio ad una lenta presa di coscienza, che avviene attraverso il dialogo, la parola. Sesso, bugie e videotape è un film molto parlato, ed in questo è decisamente notevole: raccontare una società in cui la rappresentazione, il racconto, la confessione, hanno sostituito l’esperienza. Ann non ha mai provato un orgasmo con il marito, Graham vive un distacco nichilista dal resto del mondo: il videotape guarirà entrambi.

Insomma, il paradosso intorno a cui ruota tutto il film è il paradosso del cinema: solo la finzione può far emergere la verità, sepolta sotto strati di percezioni, menzogne, autoinganni. La sceneggiatura di Soderbergh non è esente da qualche banalità, ma nel complesso centra il bersaglio: magari forza un po’ le dinamiche della relazione tra i due protagonisti, ma cesella alla perfezione il personaggio sfuggente ed enigmatico di Dalton (James Spader, premiato con la Palma d’Oro). La regia, tesa, a tratti straniata, è la ciliegina sulla torta di un film capace di muoversi con ambiguità tra il detto e il non detto, tra l’oggettivo della rivelazione e il soggettivo dell’esperienza. Sulla freschezza di Sesso, bugie e videotape, oggi, si può discutere; sull’intelligenza di Soderbergh e sulla raffinatezza della sua messinscena, i dubbi sono pochissimi.