Lee Daniels – The butler. Un maggiordomo alla Casa Bianca

La storia vista da dietro le tende: The butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca è la vicenda di un uomo (di colore) che per trent’anni serve i presidenti USA (bianchi) e fa da testimone silenzioso delle grandezze e miserie di un paese intero. La prospettiva è delicata e chiama in causa due dimensioni (potenzialmente) allettanti: il conflitto culturale, per cui Cecil Gaines (un impeccabile Forest Whitaker) è chiamato sin da bambino a guardare il mondo con gli occhi dei bianchi, e la dialettica pubblico-privato, con la dimensione più intima dell’uomo (il padre che muore, un figlio ribelle e Pantera Nera) che si congiunge al grande affresco politico-sociale. Insomma, Lee Daniels dopo lo splendido (davvero) Precious, fa un passo in avanti: abbandona la Harlem degli anni ’80 per trasferirsi direttamente al 1600 di Pennsylvania Avenue, nel centro del mondo. Il problema non è tanto che se si tratti di un passo più lungo o meno della gamba: The butler soffre soprattutto per una sorta di ipocrisia di fondo.

La pellicola è didascalica e retorica, come nella migliore tradizione americana quando si parla di film patriottici; soprattutto, però, i presidenti immortalati (Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter e Reagan) alla fine sono sempre inquadrati sotto una luce positiva, malgrado le inutili guerre scatenate (leggi Vietnam, su cui il regista versa poche lacrime), i tradimenti, le bugie (il Watergate, passato praticamente sotto silenzio). La morale è che gli USA sono un paese talmente tanto straordinario, grandioso, che alla fine tutto ha un senso e trova una giusta collocazione nel glorioso affresco della storia. Alla base della sceneggiatura di Daniels e Danny Strong c’è la vita di Eugene Allen, maggiordomo alla Casa Bianca per oltre tre decenni, la cui vicenda venne portata alla luce da un articolo del Washington Post nel 2008. Ecco, anche il rapporto difficile del protagonista con la moglie (interpretata da una bravissima Oprah Winfrey) viene “alleggerito” ad uso e consumo di uno spettacolone che sembra rifiutare la stessa logica (discutibilissima, va detto) con cui è nato: adoperare un punto di vista “nero” per raccontare la storia di un nero. Daniels è in questo simile a Spike Lee, nella sua ricerca di un’integrità nella narrazione delle sofferenze della sua gente, integrità che qui, tuttavia, si trasforma incredibilmente in prudenza.

Come il piccolo Cecil, addestrato sin da subito a sottomettersi ai desideri e alla visione del mondo dei bianchi, così Daniels stavolta sceglie di non urtare troppo la sensibilità del pubblico: dà loro quello che presumibilmente vuole. A questo punto, oltre allo Spielberg di Lincoln, appare più onesta la prospettiva ribelle e chiassosa del Django unchained di Quentin Tarantino. Evidentemente, a Daniels interessano gli Oscar, di cui The butler, con la sua compostezza e l’ampio respiro del racconto, potrebbe tranquillamente fare incetta.

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