Dietro i candelabri è film che fa leva su (e mette in discussione) equilibri e stereotipi delicati. Primo tra tutti quello secondo cui Hollywood oggi sarebbe più aperta sulla questione omosessuale rispetto a cinquant’anni fa. Falso, ovviamente: basti vedere che il film di Steven Soderbergh è stato rifiutato dagli Studios perché “troppo gay”.
Il riferimento, ovviamente, è alle scene di effusioni esplicite tra Michael Douglas e Matt Damon, due prototipi di virilità hollywoodiana (il primo addirittura con un passato di sex addiction alle spalle) che per Soderbergh hanno accettato di vestire i lustrini e le paillettes di Wladziu Valentino Liberace e del suo amante, Scott Thorson. Il diniego degli Studios ha prodotto un risultato intrigante: Dietro i candelabri è stato prodotto dall’emittente televisiva HBO, che ha così raccolto un sorprendente (neanche tanto) successo di pubblico.
Liberace: è il massimo teorico e pratico del kitsch che sia mai apparso in televisione (di un paese occidentale, per lo meno). Pianista straordinario, eccentrico nelle mise e negli arredi di scena (celebre la sua ossessione per i candelabri), tra gli anni ’50-’70 fu l’entertainer con il conto in banca più ricco al mondo. Era anche omosessuale, ma non ebbe mai il coraggio di dichiararlo (chissà perché…). La pellicola parte dal libro di memorie Thorson, Behind the candelabra: my life with Liberace, pubblicato nel 1988, un anno dopo la morte dell’artista (per complicazioni legate all’AIDS). Oltre alle modalità produttive tradizionali, il film di Soderbergh mette in discussione altri due stereotipi. In primis, quello del biopic classico, il percorso nascita-ascesa-declino-morte: l’ottima e difficile sceneggiatura di LaGravenese si concentra sul periodo 1977-1982, i cinque anni della relazione di Liberace con Thorson. Secondo, l’idea per cui un personaggio come Liberace debba necessariamente tradursi in una figura caricaturale.
Dietro i candelabri racconta in maniera egregia un microcosmo in cui perversione, crudeltà e amore si mescolano alla perfezione, al punto tale che pure uno come Liberace – che costrinse Thorson ad una serie di interventi di chirurgia estetica, lo tradì ripetutamente e lo cacciò a pedate quando ormai era schiavo della droga -, pure un personaggio così non si riesce proprio ad odiarlo. Merito di un copione ben scritto, di una direzione (al solito) perfetta, ma soprattutto della coppia Douglas – Damon, decisamente credibili nei panni dei due amanti. Dietro i candelabri potrebbe essere l’ultimo film di Soderbergh: per lui si profila un futuro fra teatro e tv. A dimostrazione di come anche il grande schermo, a volte, possa stare incredibilmente stretto.
