I Toy ci sanno fare, è indubbio. Sono, però, soprattutto dei bravi speleologi, capaci di infilarsi nei cunicoli strettissimi dell’underground rock britannico degli anni ’80 (quello nostalgico dei ’60) per tirane fuori pepite tra psichedelia e krautrock che, opportunamente lavorate, rivendono abilmente. Sull’effettivo valore dell’operazione, dopo l’omonimo album d’esordio, qualche dubbio si affaccia. Conductor, per esempio, svolazza lisergica verso immaginari approdi spaziali, ma è un po’ come l’Apollo 17, l’ultimo allunaggio della NASA: dopo che hai visto il primo (e gli altri nove), l’emozione è per forza di cose minore.
Ecco, quando si mettono in testa di giocare con i “futuri possibili” ipotizzati nel passato dai Can, i Toy sono decisamente meno interessanti (per quanto sempre piacevoli). È quando danno sfogo con più decisione alla vena melodica che, paradossalmente, hai la sensazione che possano ancora battere dei sentieri nuovi. You won’t be the same, ad esempio, è un tributo accattivante al jangly sound, neanche troppo debitore della tradizione. Altre belle vibrazioni vengono da As we turn, Left to wander e Too far gone to know, che, fra motorik e tastiere orchestrali, trovano (non senza qualche peripezia di troppo) un equilibrio fra atmosfere dilatate e melodismo catchy.
Certo, la title-track è intrigante, una specie di filastrocca teutonica squassata da un muro di distorsioni, ma una maggior concisione le avrebbe sicuramente giovato. Insomma, meglio i cinque minuti di To a death unknown (un po’ velvettiana nelle chitarre) della lunga (9 minuti) fuga lisergica di Fall out of love, che, malgrado la consueta cura del sound, non aggiunge poi molto ai remake cosmici in giro, e soprattutto smarrisce quella tensione attualizzante che si avverte nei momenti migliori della band, il desiderio di vedere se, ancora oggi, le spezie psichedeliche di trent’anni fa siano ancora buone.
Join the dots è un album ben fatto , insomma, ma la valutazione complessiva è sporcata dal rammarico per un approccio sbagliato: dai Toy vogliamo le canzoni, meno fronzoli e più refrain. Ci si divertirebbe un mondo, e quelle pepite di cui sopra darebbero dei preziosi forse perfino più luccicanti di quelli dei maestri. Questione di coraggio, insomma.
