Moby – Innocents

È da un po’ che la stella di Moby non brilla come si deve – a dirla tutta, da Play. Uscito nel 1999 ed esploso un anno più tardi (10 milioni di copie vendute), quell’album ha segnato lo zenit creativo di Richard Melville (è il nipote). Inutili i tentativi di eguagliarlo con i successivi& 18(2002), Hotel (2005) e il più recente Destroyed (2011): quelli erano dischi al più graziosi, spasso fragili ed esitanti, quando non comodamente adagiati sul “replay” (in tutti i sensi…) di formule vecchie e un po’ stantie.

Lungo questa scia viaggia anche Innocents. Malgrado la scelta di un produttore esterno (Mark Stent, che ha lavorato con tutti, dagli U2 a Lady Gaga) e la sovrabbondanza di ospiti, il disco è un concentrato di stereotipi melvilliani e, insieme, l’ennesimo tentativo un po’ esitante di accreditarsi come compositore “serio” di pop elettronico. In bilico tra aromi arcaici e black, intimismo, grandeur nostalgica, Melville è però soprattutto un bravo ideatore di atmosfere: A case for shame ha il passo giusto (trip-hop), i synth orchestrali, un che pure di seducente (grazie alle vocals di Cold Specks), ma è buona al più per essere ascoltata in salotto, sorseggiando un buon vino, perché in fondo le manca la profondità.

Sotto quest’aspetto sono impeccabili pure A long time e The last day (con Skylar Grey), che riannodano il filo con Playsaccheggiando e “loopando” i consueti vecchi spirituals. L’effetto-novità, ovviamente, è bello che evaporato. Suonano più convincenti ed incisivi brani come The perfect life, inno gospel che sancisce un inedito patto con Wayne Coyne, la cinematica Everything that rises, e Going wrong, che a partire da un charleston sibilante e da un tom spazzolato, dà il vita ad una progressione estatica e un po’ sigurrosiana. Soprattutto, però, è The dogs la sorpresa: nove minuti di crescendo malinconico e ipnotico per una ballata solenne, orchestrale, l’unica cantata da Moby.

La noir e sinuosa Don’t love me (con Inyang Bassey), la folkeggiante Almost home (featuring Damien Jurado) e la galoppata “solitaria” di The lonely night condotta da Mark Lanegan, pur se armate di buone intenzioni, al confronto sfigurano nettamente, disperdendo un po’ le energie. Malgrado tutti i difetti, però, Innocents una chance la merita: la stella di Moby probabilmente è morta da un pezzo, e quello che vediamo è solo il bagliore residuo, ma chi l’ha detto che un bicchiere di vino in salotto sia sempre e comunque una pessima idea?

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