Placebo – Loud like love

«Quando mi sentivo a terra / ero solito scrivere una canzone che scaturiva dal cuore / ma ora sento di aver perso la scintilla»: l’ammissione è dello stesso Brian Molko (in A million little pieces) e va presa sul serio. Parlando chiaro: è da Sleeping with ghosts (2003) che i Placebo non ne azzeccano una. Meds (2006) col senno di poi era passabile, ma Battle for the sun (2009) e questo Loud like love sono il cimitero delle ambizioni della band inglese, la deriva senile ed imbolsita di un glam rock che ha abbracciato definitivamente l’epica da stadio svuotandosi di ogni reale urgenza.

Il che è paradossale, ovviamente, perché le canzoni sono animate da un pressante desiderio di contatto, di empatia, affamate di verità e amore. Emblematiche, in questo senso, Too many friends e Loud like love: la prima parla di amicizie virtuali (il riferimento è a Facebook), la seconda di un amore totale ed “esplosivo”. Il punto, però, è la banalità della resa, con le solite chitarre spianate su un beat in 4/4 logorissimo, gli arpeggi pianistici e il cantato teso di Molko che, sempre più padrone dei suoi mezzi, s’è scordato cosa voglia dire comunicare realmente. E poi, quant’è stucchevole cominciare un pezzo con «My computer thinks I’m gay / I threw that piece of junk away» (Too many friends)?

Scene of the crime ci prova con una fiammata di elettronica “industriale”, e Rob the bank (pure questa, in effetti, in odor di Nine Inch Nails) punta soprattutto sul tono – perentorio, secco -, ma anche qui l’aggressività è da cartolina. Ad ascoltare Loud like love sembra insomma che i Placebo non siano mai realmente entrati nella loro fase matura: ancora giocano con i fantasmi di Without you I’m nothing (1998) e Black market music (2000), incapaci di fare i conti con il tempo che passa. Forse è questa la vera ragione dello smarrimento che aleggia nelle dieci tracce, che qua e là suonano come la fotocopia degli ultimi U2 (Purify), e che trasforma in esercizi scialbi (quando non patetici) ballate dalle pretese “adulte” come A million little pieces o Bosco.

Loud like love è uno di quei dischi che dà ragione ai detrattori di Molko e compari: fiacco, fracassone, immaturo. Peccato, perché canzoni come Nancy boy, Without you I’m nothing, Pure morning e Special K meriterebbero un secondo tempo adeguato, non questo rock da emo in pensione.

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