Au Revoir Simone – Move in spectrums

Quattro anni di assenza, al giorno d’oggi, con i ritmi iperfrenetici della scena pop, sono tanti. L’ultimo album, le Au Revoir Simone l’avevano pubblicato nel 2009, Still night, still light, un piccolo gioiello di dream pop che continuava la progressione dei precedenti Verses of comfort, assurance & salvation (2005) e The bird of music (2007). In questo lasso di tempo, Erika Forster, Annie Hart e Heather D’Angelo hanno fatto altro, si sono dedicate ai propri progetti solisti, artistici ed esistenziali che fossero.

Move in spectrums ne segna il ritorno sulle scene, e non si fa cogliere impreparato: suona bene come sarebbe suonato quattro anni fa. Un po’ perché, astutamente, ha ampliato la propria tavolozza espressiva e soprattutto il proprio appeal pop, e un po’ perché i ritmi dell’industria discografica, oggi, sono talmente tanto elevati da arrivare al paradosso della staticità, per cui ciò che era buono ieri vale comunque ancora (se non di più) oggi – tra vent’anni, si vedrà.

Dunque, Move in spectrums: registrato con Jorge Elbrecht (alias Violens), il quarto album del terzetto newyorkese è stato anticipato da due singoli, Crazy e Somebody who, il primo frizzantino, un indie pop-rock un po’ nostalgico, il secondo invece debitore dei New Order e del ballabile atmosferico anni ’80. La pulsazione da club, in effetti, è una caratteristica anche di Graviton, per il resto giocata sui soliti ricami minimalisti di synth e tastiere, mentre The lead is galloping possiede addirittura un groove r’n’b.

Le novità, però, non inficiano la coerenza complessiva dell’album, grazie proprio alla capacità del beat di variare senza snaturare la vena estatico-malinconica del trio. We both know, ad esempio, parte da una drum machine sibilante per costruirci, intorno, un nido di sintetizzatori riverberati, mentre Boiling point è perfino più sospesa, grazie agli intrecci vocali tra Erika, Annie e Heather.

Let the night win è il brano in chiusura, ma è un paradosso: l’elettronica scintilla come mai nel resto del disco. I “sogni” delle Au Revoir Simone, tutto sommato, sono rimasti intatti nel corso degli ultimi quattro anni. Le variazioni hanno sbiadito un pelo gli umori dark e aggiunto qualche sapore in più, per altro ben amalgamato. Manca tuttavia qualcosa, a Move in spectrums, il quid che lo renda veramente memorabile. Così è un buon disco. Che male non è, ma tra vent’anni, ce ne ricorderemo mai?

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