Jailhouse rock: la top ten del rock “carcerario”

Certamente saprete tutti della condanna per frode fiscale comminata a Silvio Berlusconi ieri pomeriggio. Invece di addentrarci nei tecnicismi delle sentenze della magistratura o di speculare sulle future strategie dei partiti (riempiranno già a sufficienza i telegiornali per i prossimi mesi), noi della Bottega abbiamo pensato di cogliere la palla al balzo e di presentarvi una playlist con i dieci migliori brani a tema carcerario…

Johnny Cash – Folson prison blues

Folson prison blues è uno dei classici del “Man in Black” Jonny Cash, pubblicato come singolo il 15 dicembre 1955. Cash sfruttò la melodia e parte del testo di Crescent city blues di Gordon Jenkins (1953) per raccontare, a suon di country e rock’n’roll, la storia di un omicida rinchiuso nel carcere di Folsom («Sparai ad un uomo a Reno / solo per vederlo morire»). Cash eseguì il pezzo anche durante il celebre concerto nella prigione di Folsom (immortalato nel live album At Folsom prison, 1968), consegnandolo definitivamente alla storia (persino Dylan ne fece una cover con la Band).

Nick Cave & The Bad SeedsThe mercy seat

La “sedia della misericordia” di cui parla Nick Cave in questo capolavoro del 1988 (da Tender pray) è ovviamente quella elettrica («Cominciò quando vennero a prendermi a casa / e mi portarono nel braccio della morte», è l’incipit secco). La descrizione dell’agonia del condannato si mescola, come sempre in Cave, con immagini bibliche da Vecchio Testamento, per cui la “mercy seat” è in effetti anche il trono divino. In senso più ampio, dunque, il brano parla della lotta tra bene e male, della contrapposizione tra legge e perdono, destinata a non trovare mai soluzione.

Bob Dylan – Hurricane

Il 17 giugno del 1966, a Paterson, New Jersey, il campione di pugilato Rubin “Hurricane” Carter fu fermato assieme a John Artis per un triplice omicidio, compiuto in un bar. Ad incastrarlo, la testimonianza oculare di un noto criminale (Alfred Bello) e la presenza, nella macchina guidata da Artis, di proiettili per fucile calibro 12, gli stessi usati per la strage. Carter e Artis furono condannati all’ergastolo, ma erano entrambi innocenti. Hurricane fu scarcerato nel 1985 (Artis quattro anni prima): per il giudice, il processo era stato viziato da pregiudizi razziali. Le accuse decaddero definitivamente nel 1988. Alla vicenda (raccontata anche in un film con Denzel Wahsington protagonista) è dedicato questo splendido brano country-rock di Bob Dylan, scritto assieme a Jacques Levy e pubblicato nel 1975 su Desire.

Elvis Presley – Jailhouse rock

Altro classico del “genere”, e pietra miliare del rock’n’roll tutto, Jailhouse rock porta la firma di Jerry Leiber e Mike Stoller. Soprattutto, è contraddistinta dall’interpretazione infuocata di Elvis Presley, all’epoca (1957) all’apice della sua carriera (ben 9 le hit nella “top 20” di Billboard). Il testo parla di guardie ed ergastolani impegnati in un forsennato ballo (il “jailhouse rock”, il “rock della prigione”). Il brano nomina anche alcuni personaggi realmente esistiti: Shifty Henry, un noto musicista di L.A., e la Purple Gang, una banda di gangster. Il «sad sack» seduto «su un blocco di pietra», invece, è il nome in codice con cui i soldati USA, durante la Seconda guerra mondiale, designavano un perdente.

Clash – I fought the law

Vince la legge (ma non necessariamente la giustizia) anche in questo brano di Sonny Curtis del 1958, inciso con i suoi Crickets l’anno successivo e poi rifatto anche dai Clash. I quali scoprirono il pezzo per caso, tramite uno dei jukebox da collezione sistemati all’interno dell’Automatt studio di San Francisco, dove si erano recati per realizzare alcuni overdub per l’album Give ‘em enough rope (1978). Joe Strummer e soci decisero di incidere il brano e di pubblicarlo come singolo nel 1979. Il racconto si snoda dal punto di vista di un galeotto, imprigionato per rapina e condannato ai lavori forzati: «ho sfidato la legge, e la legge ha vinto», è l’amara constatazione del protagonista.

AC/DC – Jailbreak

Non tutti sembrano rassegnarsi (come fa il protagonista del brano precedente) al carcere. Tra i classici del rock “d’evasione” (in tutti i sensi), ci sono ben due Jailbreak, quella dei Thin Lizzy e quella degli AC/DC (che non sono imparentate in nessun modo). La seconda, in particolare, fu pubblicata nel 1974 e si fa ricordare, oltre che per la carica adrenalinica (il vocalist era il compianto Bon Scott, scomparso nel 1980), anche per un videclip con esplosioni e sparatorie sanguinose…

Public Enemy – Black steel in the hour of chaos

Nel 1989, i Public Enemy pubblicarono il capolavoro It takes a nation to million to hold us back. Nella tracklist, trovava posto anche l’esplosiva Black steel in the hour of chaos, che raccontava l’arresto di un renitente alla leva. «Ho ricevuto una lettera dal governo, l’altro giorno / l’ho aperta e letta, diceva che erano stupidi / Mi volevano per il loro esercito o qualcosa del genere», rappa Chuck D, che non ci sta a combattere per un paese «a cui non è mai fregato niente di un fratello come me». Per questo, Chuck viene arrestato: il brano finisce con una fuga di massa dal carcere (anche se nel video del pezzo, la rivolta viene sedata: possibile, dunque, che l’happy ending del testo sia solo un’illusione).

System of a Down – Prison song

C’è il sistema cacerario nel mirino dei System of a Down di Prison song, brano contenuto in Toxicity (2001): due milioni gli americani imprigionati (numero doppio rispetto al 1985), e molti sono spacciatori, avverte il vocalist, Serj Tankian. L’ipocrisia, per la band americana, nasce dal fatto che la droga è utilizzata per comprarsi le elezioni e finanziare guerre segrete in tutto il globo. E dunque il sistema carcerario è semplicemente lo specchio di un mondo corrotto, di un sistema marcio e “totale” («Stanno cercando di costruire una prigione / per me e te, oh tesoro, me e te»). Un incubo, insomma, affrescato dalla band americana con il solito alternative metal da combattimento, che non disdegna un pizzico di teatralità, assicurata dall’interpretazione di Tankian.

The Pretenders – Back on the chain gang

Le prigioni non sono necessariamente luoghi fisici, ma anche “esistenziali”. Come in questa canzone dei Pretenders, pubblicata nel 1982 in veste di singolo e in seguito inclusa nell’album Learning to crawl (1984). Scritto dalla frontwoman Chrissie Hynde, il brano, in origine, doveva essere incentrato sulla sua turbolenta relazione con Ray Davies dei Kinks (autore di un altro classico del genere, Holloway jail). La morte del chitarrista dei Pretenders, James Honeyman-Scott, per overdose (1982), lo trasformò in un’elegia sui legami che si spezzano a causa di forze “superiori”, della vita. Corredata di chitarre jangly in linea con il pop dell’epoca, il pezzo cita nel refrain Chain gang di Sam Cooke (la “chain gang” è il gruppo di prigionieri legati dalla catena ai piedi).

Killers – Jenny was a friend of mine

Prima del carcere, prima del processo e della condanna, c’è l’interrogatorio, il momento nel quale il colpevole è ancora presunto e il quadro dei fatti è tutto da appurare. È lo scenario di Jenny was a friend of mine dei Killers (dal debutto Hot fuss, 2004). Il protagonista è accusato dell’omicidio di una ragazza, Jenny, ma davanti ai poliziotti si professa innocente: «Jenny era mia amica», dice, perciò non aveva alcun motivo di ucciderla. Il pezzo è un ottimo esempio del songwriting (epico) dei Killers prima maniera, in cui brillano le influenze “brit” di band come Duran Duran e Cure.

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