Sembra possedere la dote della preveggenza, Nanni Moretti. Oppure Il Caimano è semplicemente una gufata di dimensioni epiche. Poco importa, poiché all’indomani della sentenza di condanna emessa dalla Corte di Cassazione contro Silvio Berlusconi, il film appare comunque profetico. Lo stesso Berlusconi ci aveva scherzato sopra, definendolo una bella «fiaba», in cui un «ottimo regista italiano» gli aveva affibbiato l’ennesimo soprannome, storpiato in modo dispregiativo, negli anni avvenire, in “Cainano”.
Bruno è un produttore di b-movie, in crisi sia da un punto di vista professionale che privato. Un giorno si presenta una ragazza, Teresa, giovane regista intenzionata a mettere in scena un film sull’ascesa politica di Silvio Berlusconi. Il progetto incontra numerosi ostacoli, a causa della reticenza di molti addetti ai lavori, intimoriti dalla delicatezza del tema. È in un’unica scena finale che si condensa il pathos dell’intero lungometraggio, quando Berlusconi-Moretti, in seguito a un processo, viene condannato a sette anni: fuori dal tribunale, un gruppo di persone lo acclama, mentre i giudici protagonisti della sentenza vengono aggrediti.
Più che un film su Berlusconi in sé, Moretti insiste nel dire che Il Caimano è sulla cultura berlusconiana, intrisa di yuppismo di fine anni Ottanta: una nuova tendenza che celebra il culto dell’apparenza, in nome di quel consumismo che è parte integrante del percorso imprenditoriale intrapreso dallo stesso Berlusconi. Alla luce dei recenti fatti, è chiaro che serve ben più di un film per raccontare vent’anni di berlusconismo, da Forza Italia ai giorni nostri: una storia che, nel bene e nel male, ha inciso profondamente sulla società italiana da Tangentopoli in poi, influenzando la mentalità, gli usi e costumi del Belpaese.
Al di là delle appartenenze politiche, che possono soggettivamente spingere a una critica piuttosto che a una lode, Il Caimano resta oggettivamente uno dei pochi film nostrani a spingere quantomeno a una riflessione su uno spaccato di realtà italiana difficile da ignorare. È vero che l’occhio di Moretti non è sempre imparziale, ma lo sono le sue congetture sul futuro. Al di là dell’opinabilità nei riguardi delle sentenze di condanna, c’è qualcosa che non si può ignorare, ovvero la Storia, fatta di scelte, azioni e conseguenze: non è la prima volta che ci viene dimostrato che alle sue leggi non esistono scorciatoie, fughe o prescrizioni, e non sarà nemmeno l’ultima. Così come è stupido pensare che, nonostante una rilettura chiaramente di parte, Il Caimano possa essere un film destinato a determinare, in modo radicale, le scelte di un elettorato dotato di senso critico e intelligenza, che, sebbene composto da persone «di seconda media che nemmeno siedono al primo banco», certamente è vivo e vigile in questa nazione.
