Alberto Moravia – La ciociara

La guerra è prima di tutto una violenza. «La guerra sconvolge tutto e, insieme con le cose che si vedono, ne distrugge tante altre che non si vedono eppure ci sono», sostiene Cesira, la ciociara. Ed è una consapevolezza conquistata duramente, attraverso l’esperienza.

Nel settembre del 1943 è costretta dalla carestia a lasciare Roma, la sicurezza di un appartamento e di una bottega ereditati dal marito, per ritornare con la figlia Rosetta al suo paese d’origine. Il viaggio verso Fondi però non va come sperato e le due donne sono costrette a trascorrere un anno a Sant’Eufemia, in attesa dell’arrivo degli inglesi. Le giornate passano le une uguali alle altre. Si passeggia, si cucina il cibo che si ha a disposizione, si sta nella propria capanna a guardare la pioggia incessante.

Il racconto di Cesira, che in alcune parti può risultare eccessivamente lungo e noioso, rispecchia da un lato la ripetitività di quei mesi, dall’altro la maturazione della donna. Cesira, infatti, si impone all’inizio come un personaggio forte, è animata dalla più concreta saggezza popolare, pensa a conservare la sua roba (annotata in lunghe liste di cose) ed a trarre guadagno dalla guerra. Pian piano, però, la sua voce si addolcisce, le descrizioni si concentrano su altro. Trovano spazio sentimenti ed elementi naturali. A questo cambiamento contribuiscono soprattutto, oltre allo spazio naturale, i rapporti con Michele e Rosetta. Lui un giovane intellettuale idealista di Sant’Eufemia, che prova a risvegliare la coscienza del popolo e finirà per scontare la colpa di una difesa attiva. Lei, apatica e inconsistente nella sua perfezione quasi disumana, sarà incapace di opporre la benché minima resistenza agli eventi che le piomberanno addosso.

Alberto Moravia ha iniziato questo romanzo subito dopo la guerra, quando era ancora però troppo presto per poter raccontare con il giusto distacco gli eventi, di cui per altro egli stesso era stato vittima (dopo essere scappato aveva trascorso alcuni mesi in una capanna di contadini a Sant’Agata). La ciociara comunque non si esaurisce nella ripresa dell’elemento autobiografico. Tornano i motivi del sesso e del denaro a muovere dei personaggi in cui si riconoscono i tratti di tutti quelli che li hanno preceduti. In questo caso però sullo sfondo c’è una guerra di cui, lì dove non ci sono giornali, giungono solo delle voci lontane. Ma non serve di più, perché questo non è un romanzo sulla guerra ma sull’impatto che essa ha avuto sul popolo. Non ci sono vincitori. Soltanto vittime e carnefici. E per sopravviverle non si può che risvegliare la propria coscienza umana attraverso la «pietà che si deve agli altri e a se stessi».

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