Andrea Inglese è tra i più noti e prolifici animatori culturali di quest’Italia che si ostina a produrre cultura di alto livello nonostante il progressivo cronicizzarsi del declino socio-economico di cui si è ammalata.
Di origini torinesi, classe 1967, Inglese vive a Parigi, dove presta la sua inventiva e la propria competenza come docente di lingua e letteratura italiana all’Università Paris III, ma nulla gli impedisce di tenere un’intensa attività di poeta in seno al panorama intellettuale e linguistico italiano. Con il nuovo millennio ha iniziato a pubblicare raccolte di poesia ed interventi in versi all’interno di volumi collettivi: Inventari (2001), Colonne d’aveugles (2007), La distrazione (2009), Commiato da Andromeda (2011); nel 2010 è stato inserito nell’antologia dedicata da Vincenzo Ostuni ai rimatori dell’ultimo decennio intitolata Poeti degli Anni Zero. Tra le opere in prosa è bene fare riferimento al saggio teorico L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e a Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001 (2011). Con alcuni suoi contributi Inglese arricchisce poi la webzine letteraria Nazione Indiana.
Martedì 9 luglio Andrea Inglese è stato ospite del festival La punta della lingua, kermesse anconetana dedicata alla poesia e giunta – quasi un miracolo, dati i tempi che sembrano voler invitare le amministrazioni ad avallare il letargo cerebrale tramite l’imperante politica dei tagli alla cultura – alla sua ottava edizione. Nell’armoniosa cornice del Parco del Conero, tra le mura porsh del Fortino Napoleonico di Portonovo, l’autore si è esibito in una performance che è emanazione della sua ultima raccolta di testi poetici, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, edita dalla marchigiana Pequod e corredata da un cd con brani registrati di improvvisazioni sonore a cura di Stefano Delle Monache.
Seduto dietro a una scrivania, maneggiando una lampada che accendeva e spegneva per segnare il momento della sua presa di parola – così come quello del suo silenzio – Inglese ha alternato e sovrapposto la sua voce affranta alle dissonanze musicali di Delle Monache, concedendo spazio espressivo alle ansie caratteristiche di una delle condizioni più permeanti della contemporaneità: quella dell’inattivo, del senza lavoro, del disoccupato.
Dal suo scrittorio il poeta dimesso e destituito ha letto, come in un soliloquio, le sue lettere mai spedite ad una fantasmatica figura che ad ogni incipit denominava “Reinserzione Culturale del Disoccupato”. Interlocutore evanescente e surreale a cui l’uomo, vittima del proprio ozio forzato, ha voluto rivolgere le proprie riflessioni dissestate ma coerenti, la “Reinserzione” ha rivelato nel corso del reading la sua essenza di destinatario strumentale e multiforme. Forse una donna, che il poeta ha immaginato, durante una delle sue fantasticherie, mentre si vestiva e si sedeva (“prima l’uno, / infilarti i vestiti, forse una gonna, / poi l’altro,finalmente, / senza esitare, / sederti, / – non da sola, certo, /no, purtroppo, non sola”); una donna priva di parola, sprezzante e muta di fronte al fiume di parole dell’artista reietto (“che tu sia muta, e lo sia di circostanza, / come se fosse questo/un riguardo nei mei confronti, un modo / preoccupato, quasi apprensivo / di accogliermi, di farmi tuo ospite, / con un piacevole senso di privilegio, / di compiacimenti, non so, non credo, / è quanto dovrebbe risultare dal un’analisi benevola dei fatti”); a tratti una donna con cui il poeta ha intrattenuto un qualche tipo di relazione ed ha immaginato di poter fare progetti, come quello – tipico dell’inattivo alla disperata ricerca di occupazione – di aprire un esercizio commerciale, un’associazione, un posto dai contorni sempre indefiniti (“se io e te volessimo, / pur con le nostre forze, da soli, ma assieme, / veramente assieme / potremmo aprire”); infine un’entità dalle sbiadite fattezze muliebri (“ho smesso persino / di immaginarti le dita dei piedi le labbra la curva del culo”) che l’autore ha riconosciuto come l’incaricata al reinserimento del poeta disoccupato nell’oramai alieno mondo della cultura e del lavoro. Quella donna si è da ultimo svelata per ciò che è: un principio astratto, femminilizzato, modellato sul prototipo dell’addetta da ufficio di collocamento, che si serve della “psicologia” per normare e gestire la carica sovversiva di chi è furiuscito – per volontà o per imposizione, oramai non importa – dal sistema. Il poeta le si è contrapposto: propugnatore di menzogna come principio etico e salvifico utile ad avversare le verità fasulle e preconfezionate (“sei generosa / di psicologia / mentre io sono con ogni muscolo teso alla menzogna / con ogni nervo per migliorare la menzogna completando / con tutte le favole possibili i fatti i nomi inventati / tutte le date nient’altro che fantasie visioni / anche il colore del frigo del cielo dei capelli”).
Il poeta di Andrea Inglese, figlio dello stesso poeta al quale un secolo e mezzo fa è stata diagnosticata la perdita dell’aureola e di quello che, dai tempi di Montale, vorrebbe non essere interpellato con richieste obsolete di verità o di parola, si dimena per salvare almeno la testa dai fanghi della postmodernità. Lo fa riconoscendosi nel collettivo del precariato odierno, nel comune destino dei tanti soggetti disoccupati a “un’autoformazione / straordinaria, e vana, / che può durare anni”, a un’autoformazione che “non sposta di un millimetro / una pietruzza da terra”, ma tramite la quale non si rinuncia a coltivare il dono – lirico – della fantasia e dell’immaginazione.



