David Lynch – The big dream

David Lynch è uno bravo a giocare con gli stereotipi. L’ha sempre fatto, anzi c’ha costruito una carriera. Cos’erano, in fondo, i vari Blue velvet (1987), Strade perdute (1997) e Mullholland drive (2001), se non il prodotto di una strabiliante opera di decostruzione dell’immaginario noir? Con i dischi è lo stesso, solo che l’ossessione qui è il blues. Musica oscura, sulfurea, ribollente di carne e sangue, che Lynch puntualmente trasfigura in un trip surreale, allucinato, fantasmatico. Rispetto al cineasta, però, il Lynch musicista ha meno forza, non riesce a scindere l’iterazione ipnotica, lo smarrimento inquieto, l’estetica onirica, dalla sensazione di una discreta monotonia.

Rispetto al precedente Crazy clown time (2011), The big dream fa comunque un deciso passo in avanti. C’è più tensione, meno autoindulgenza. Gli ingredienti sono i soliti: ritmi lenti, spossati, la voce nasale manipolata, le chitarre in twang leggero, in generale la continua allusione della superficie del suono ad un “oltre” morboso e gravido di mistero che, tuttavia, è impossibile scorgere. Il punto, però, è la maggior (rispetto al cinema) debolezza intrinseca di quest’”allusione”, di questa minaccia di dannazione psichica prima che morale: sta qui è la sofferenza di una musica che sembra fin troppo di superficie e limitata alla suggestione atmosferica.

Il “modern blues” lynchiano si condensa in una manciata di ballate desertiche che, pennellate con l’aiuto del sodale Big Dean Hurley, sembrano provenire da distanze siderali o da profondità acquatiche. Sono scarne, ma non hanno corpo, e più che raccontare storie, le evocano, come in una seduta spiritica. Anche quando la narrazione è più strutturata – vedi la cover di The ballad of Hollis Brown di Bob Dylan, rifatta però a partire dalla versione incisa da Nina Simone nel 1965. Il blues di Lynch, insomma, è incorporeo: somiglia ad un’interferenza, ad una chiamata da una cabina telefonica ai confini del tempo (Last call). O meglio, vorrebbe, perché poi, a conti fatti, il disco sembra sempre un po’ prigioniero del proprio universo “perturbante”, anche in quei passaggi in cui, invece, ci sarebbe davvero la possibilità di spingersi oltre (Sun can’t be seen, Are you sure).

Insomma, Lynch manipola i clichè, ma questa stessa manipolazione è sempre vicina al rischio di diventare stereotipia. In compenso, l’auto-parodia è ancora lontana, e comunque qualche motivo di interesse The big dream ce l’ha. Tuttavia, sembra quasi un riflesso dell’aura del regista piuttosto che una frontiera nuova, la propaggine residua della potenza di un’estetica che, come poche ed esattamente al pari blues delle origini, riesce a scavare nelle profondità più nascoste e tormentate dell’Io.

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