Terry Gilliam – Brazil

Kafka e Orwell, l’assurdo e il distopico apocalittico. In Brazil, Terry Giliam maneggia sostanze diverse. Quella del sogno in primis. Sam Lowry (Jonathan Price, nel ruolo della vita) tutte le notti ha una visione: lui con le ali di un cherubino e l’armatura da guerriero che volteggia nei cieli e salva una fanciulla, bellissima, in difficoltà. La ragazza, scopre Sam, esiste effettivamente: se la ritrova al lavoro, al Ministero dell’Informazione, intenta a protestare per un arresto sbagliato, quello di un suo vicino, ordinato dal solito computer manomesso da un insetto precipitato tra i suoi ingranaggi nel momento meno opportuno. Innamorato, Sam la cerca e la rintraccia: prova a convincerla di essere la donna del suo destino, ma lei, chissà perché, lo crede semplicemente matto.

La pervicacia di Sam alla fine avrà la meglio, ma c’è un problema: Jill è creduta dal governo una terrorista. Nel futuro pennellato da Gilliam, infatti, uno Stato totalitario asfissia i cittadini con una burocrazia da barzelletta e metodi squadristi. Tra gli eroi della resistenza c’è Tuttle (Robert De Niro), un idraulico che volteggia sui tetti della città offrendo riparazioni clandestine ai goffissimi impianti climatici degli appartamenti (ci vogliono moduli e autorizzazioni anche per avvitare un bullone). Conosciuta Jill, Sam scopre il gusto per la ribellione: accetta una promozione capitata a fagiolo, e manomette la scheda personale della ragazza, dandola per morta. La polizia, però, non si lascerà ingannare dal tentativo: Sam e Jill vengono arrestati, e il primo finirà nella sala delle torture, nelle mani del suo amico Jack (Michael Palin, con Gilliam nei Monty Python).

Il finale, vorticoso, è un tripudio di inventiva visionaria, dal soccorso acrobatico apportato a Sam da Tuttle e i suoi, al funerale di Alma, un’amica della madre di Sam, come lei ossessionata dalla chirurgia estetica (con effetti grotteschi), alla fuga in camion con Jill. La variopinta sarabanda, però, nasconde un cuore nerissimo, struggente, a rimarcare la dissonanza alla base del film tra realtà e immaginazione, la seconda necessario rifugio dallo squallore della prima.

Gilliam, insomma, inscena uno spettacolo surreale e tragicomico, debitore tanto di 1984 e Arancia meccanica quanto dello humor stralunato dei Monty Python. Nella società totalitaria che prefigura il regista, Sam è una povera vittima sacrificale, che un sussulto di coraggio riscatta da un’esistenza patetica. Attraverso le sue peregrinazioni, Gilliam spernacchia il potere, i burocrati, i conservatori: fa parlare l’amore e la poesia, ma in chiave anti-retorica, leggera, iniettando salutari dosi di bizzarria nella narrazione (il tema musicale è Brazil, decisamente poco sci-fi). Un carnevale malinconico e kitsch, ad oggi probabilmente il capolavoro del regista britannico.

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