Dimenticate Good morning, Vietnam, Bugsy, Sleepers, Rivelazioni: quello di The bay è un Barry Levinson inedito, intento a cimentarsi con il sottogenere-sensazione dell’horror di fine anni Novanta – inizio Duemila, il “found footage”. Un espediente che è l’equivalente cinematografico del “manoscritto ritrovato”, popolarizzato da quei furbacchioni di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez con The blair witch project (1999), ma che ha in realtà radici più antiche (vedi Cannibal holocaust di Ruggero Deodato, del 1980).
In The bay, Levinson fa uso di finti reperti video per ricostruire/raccontare una storia, quella della pacifica cittadina di Claridge, nel Maryland, la quale, il 4 luglio del 2009, sperimenta i tragici effetti dell’avvelenamento dell’acqua della sua baia: gli abitanti cadono vittima dell’attacco di una colonia di misteriosi parassiti che, se ingeriti, letteralmente divorano il proprio ospite dall’interno. Evidente, sin dalla scelta della data dell’ambientazione (il giorno del Ringraziamento), l’intento “politico” di Levinson, per lui certamente non una novità. Nel mirino ci sono gli interessi economici, con gli scarichi di un’industria di pollame “anabolizzato” e le scorie radioattive responsabili dell’inquinamento delle acque, e la politica, che, asservita a quegli interessi, nasconde tutto, censurando e manipolando il sistema dei media.
Levinson porta a galla (è il caso di dire) la vicenda affidandosi alla voce narrante di Donna Thompson, all’epoca neolaureata in scienze della comunicazione e aspirante giornalista, che aveva seguito i fatti per una tv locale. La Thompson, in collegamento via Skype, commenta il materiale video recuperato dalla censura, che Levinson arricchisce con riprese di altro genere, provenienti da cellulari, webcam e quant’altro. Questa varietà di fonti, formati e linguaggi, che riflette la sovrabbondanza di audiovisivo della nostra epoca, non riesce tuttavia a riscattare The bay dall’impressione di una certa staticità. Quello di Levinson non sarà un banale “taglia e cuci”, ma malgrado gli stacchi bruschi, secchi, che dettano il ritmo ansiogeno e in crescendo alla narrazione, e alcune scene indibbiamente efficaci (e repellenti), il film scivola nella noia e nel piattume delle produzioni di genere.
Alla fine, The bay è poco più di un mix di Paranormal activity (è da lì che provengono i produttori) e Lo squalo, perfetto per gli amanti del genere, meno per chi da un veterano come Levinson si aspettava un tocco un po’ più personale.
