Se la follia avesse un volto e delle fattezze umane, sarebbero senza dubbio quelli di Spider, un Ralph Fiennes inebetito e quasi sgomento difronte al caos della sua mente. È per dare un ordine a quel magma di immagini e frammenti senza senso che il protagonista di questo film di David Cronenberg scrive: annota tutto sul suo taccuino, affastellando uno dopo l’altro una serie di scarabocchi che se significano qualcosa, lo fanno solo per lui. È l’atto che conta e che Cronenberg sottolinea, quel registrare compulsivo che, tuttavia, non porta da nessuna parte.
Spider, appena rilasciato dall’ospedale psichiatrico dove ha soggiornato per lungo tempo, torna nel quartiere della sua infanzia, ospite di un centro di reinserimento. Ha con sé la sua valigia, il suo cumulo di cianfrusaglie nascoste in un calzino arrotolato in tasca, le sue ragnatele fatte di pezzi di spago – il gioco preferito di quand’era piccolo. Mentre cerca di riprendere contatto con il mondo (la Londra delle periferie postindustriali degli anni ’80, griga e ammuffita), i ricordi lo assalgono: il padre ubriacone e fedifrago, la madre infelice, con cui aveva stabilito un rapporto morboso ed edipico. Il delitto. Una sera, infatti, il piccolo Spider, convinto che il padre abbia assassinato la madre, architetta una complessa trappola: con l’aiuto proprio della sua cara ragnatela di spago, fa scattare l’interruttore del gas, uccidendo la donna con cui al momento convive, una prostituta, Yvonne. Spider consuma la vendetta, ma è davvero Yvonne che ha ucciso?
Cronenberg sembra centellinare rivelazioni e indizi, e in realtà non svela un bel niente: il film, più che arrivare ad una rivelazione, semplicemente si avvita in un mistero impenetrabile, in cui non si può essere certi di nulla. Spider ricorda effettivamente, e dunque il film mette in scena la cronaca di un senso di colpa che affiora, oppure è tutto frutto della sua follia?
Ispirato all’omonimo romanzo di Patrick McGrath, Spider tratteggia con rara potenza una metafora sull’ambiguità della narrazione cinematografica. Il virus, concetto caro a Cronenberg, qui è quello della follia, che sconvolge il meccanismo del racconto, stabilisce compresenze paradossali (lo Spider piccolo e grande che dividono le stesse inquadrature), rende impossibile ogni ricostruzione, ogni “spiegazione” definitiva. Un film che è una formidabile tela di ragno, con al centro un fine tessitore: Cronenberg.
