Tricky – False idols

Tricky è tornato. Nel senso che, al solito, è arrabbiato e ce l’ha con tutti: dal presidente Obama («degno erede di Bush e della sua politica») a Thom Yorke («non ha fatto nulla di rivoluzionario»), alla sua vecchia etichetta discografica, la Domino, che ai tempi di Mixed race (2010) l’avrebbe costretto a lavorare con produttor “cool” senza capire realmente la sua musica («si occupano di gruppi rock, non sanno uscire da quella mentalità»). Ma se l’incazzatura è quella dei tempi d’oro, la musica no: i “false idols” protagonisti di queste nuove quindici tracce sono evanescenti, impalpabili, non suscitano né riprovazione né entusiasmo. Si abbeverano alla fonte di un soul ipnotico e un po’ sbiadito, tra bassi che rimbombano cupi (Does it), tribalismi, tocchi esotici (Nothing matters, Tribal drums, Passion of the Christ) e citazioni-sample più o meno scontati (My funny valentine di Chet Baker in Valentine, Ghosts dei Japan di David Sylvian in Hey love). Maxinquaye (1995) era un’altra cosa: pur non essendo il disco definitivo del trip-hop, coniugava un’eleganza malsana (Tricky è non a caso il “black dandy”) ad una ricerca musicale che aveva dell’istintivo. False idols, invece, è timido, eccessivamente omogeneo, non perché manchi la varietà, ma perché spunti anche diversi finiscono inevitabilmente con l’essere compressi sotto una cappa di languore dark opprimente, che uniforma tutto, ritmi, colori, sapori.

Sul banco degli imputati ci sono anche il crossover funk-rock di Parenthesis, il groove disco-funky di Is that your life, le orchestrazioni romantiche di Nothing’s changed, la folkeggiante Chinese interlude, il dance pop sensuale di We don’t die: avrebbero potuto essere molto di più, e invece si sono accontentate di un ruolo da comprimarie, peraltro piuttosto grigie, imbrigliate nell’attesa di un protagonista che non arriva. A False idols, insomma, manca il botto, l’idea, lo spunto che all’improvviso rovesci il tavolo e ti faccia sussultare. Per Tricky questo è il disco dell’orgoglio ritrovato, quello in cui ha avuto mano libera come non accadeva da anni (è pubblicato per la sua label, ribattezzata ad hoc False Idols): il punto, però, è che la lucidità rabbiosa di un tempo è evaporata, e ha lasciato definitivamente il posto a un sound (e, più in generale, ad una poetica) levigata, sofisticata, fosca e intrigante ma in modo, se non autoreferenziale, certamente debole. Il trip-hop è morto, una nuova generazione di musicisti elettronici incalza, ma questa non può essere una scusa per nascondersi dietro formule stereotipe. Il momento chiamava un numero da fuoriclasse, Tricky risposto così: che sia forse questa la ragione di una carriera (solista) mai veramente fondamentale, in cui cominciano ad essere più i rimpianti che i momenti di gloria?

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