Con Romanzo criminale, Giancarlo De Cataldo era riuscito a ritrarre la capitale come non era mai stata rappresentata prima: violenta, instabile, ma anche dotata di una sua intrinseca vitalità, ricca di opportunità, con alla base una malavita ben organizzata, in cui piccole batterie si univano, creando un sistema complesso e mirante a un unico obiettivo, diventare i re di Roma. Fiction e realtà storico-politica si fondono nelle vicende del Libanese e dei suoi compari, il gruppo passato alla storia come la “banda della Magliana”: il Libanese è ispirato a Franco Giuseppucci, mentre Freddo e Dandi, gli altri due indiscussi capi, richiamano rispettivamente Maurizio Abbatino ed Enrico De Pedis.
Un romanzo intenso e potente, che descrive minuziosamente i rapporti tra criminalità e lo Stato italiano, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Qualche anno dopo, De Cataldo scrisse Nelle mani giuste (ambientato negli anni Novanta, durante la stagione di Mani Pulite), seguito ideale di Romanzo criminale, in cui ricompaiono Nicola Scialoja e Patrizia, l’ex compagna di Dandi; nel 2012, invece, a dieci anni di distanza da Romanzo criminale, esce per Einaudi Io sono il Libanese.
Chi era Libano, prima di diventare il boss della banda? Non che fosse essenziale una risposta da parte di De Cataldo al quesito, in quanto il Libanese viene dipinto come un semplice, piccolo delinquente pronto a invischiarsi, insieme a dei camorristi, in un affare di droga. Gli servono trecento milioni per realizzare il suo obiettivo e, mentre cerca di escogitare un modo per mettere insieme il malloppo, conosce quasi per caso la bella Giada, una ragazza benestante, decisa a cambiare il mondo, con la quale inizia una relazione sentimentale.
Io sono il Libanese appare più come una mossa per attingere a piene mani dalle ceneri del precedente Romanzo criminale, dove tutto era già stato scritto e detto. A nessuno interessa sapere chi fosse Libano prima di essere Libano, poiché ciò che più ha intrigato il lettore in passato è stato conoscere questo personaggio ai tempi della sua militanza nella banda, dal rapimento del barone Rosellini alla morte, fatto che segna idealmente lo sgretolarsi del gruppo e il prevalere degli interessi individuali dei singoli. Al lettore interessa la banda e la sua storia e, per una volta, la prospettiva sentimentale appare superflua e quasi banale, quando ci sono così tanti altri aspetti che meritano attenzione e approfondimento. Soprattutto, il Libanese è morto in Romanzo criminale: pianto, sepolto, superato, insieme ai suoi sogni di grandezza. E si sa, i morti è bene lasciarli riposare in pace.




