Queens of the Stone Age – …Like clockwork

A seconda dei punti di vista, si può dire che …Like clockwork avesse tutte le carte in regola per essere il disco dell’anno o il flop più pazzesco. Grandi ospiti (una valanga), una campagna pubblicitaria tutta comunicati criptici e teaser, un concept grafico-visuale spettacolare, soprattutto l’idea del ritorno sulle scene di una delle band fondamentali degli ultimi dieci anni almeno. Esattamente come i Daft Punk, insomma (fatta eccezione per il rock, s’intende). Da questo punto di vista, la differenza tra …Like clockwork e Random access memories c’è, e si apprezza: il disco dei Queens of the Stone Age ha dalla sua più sostanza, è meno concentrato a omaggiare il passato e più disposto a sporcarsi le mani con una grammatica nuova. Certo, anche qui niente sfracelli, perché la mostruosa compattezza del sound, la sua granitica testardaggine, un po’ sembrano tarpargli le ali. Il che genera un paradosso: dei tanti ospiti cui si parlava prima (Trent Reznor, Elton John, Mark Lanegan, Dave Grohl, Nick Oliveri, Jake Shears, James Lavelle, Jon Theodore) quasi non si avverte l’ombra.

…Like clockwork è dunque un lavoro saldamente orchestrato e definito in ogni dettaglio da Josh Homme. È lui, con la complicità dell’artista Boneface, ad aver architettato questo incubo dolente, una trance meccanica a base di blues ipnotici ed elettrici e creature mostruose. Ed è difficile trovare qualcosa fuori posto nelle dieci tracce, anche grazie ad arrangiamenti e produzione suggestivi. Keep your eyes peeled, ad esempio, fa leva su un basso cupissimo, vocals cantilentanti, un wah wah androide che sembra dettare la carica per un assalto che, invece, non arriva mai. If I had a tail ha un incedere spigliato, un assolo acidulo il giusto, ma nel refrain diventa maestosa e, sorretta da un drumming pestone, tira fuori la carica luciferina. Quanto a cattiveria, però, Fairwather friends (con un inaspettato Elton John) non gli è seconda, mentre Kalopsia (ospite Reznor) prima mima un tenero valzerino poi si trasforma in un hard-rock roccioso ed epico a modo suo. Il capolavoro del disco, però, è I appear missing, melodrammatica e tesa, che esemplifica bene lo smarrimento angosciato che permea tutto l’album.

Il glam di Smooth sailing sembrerebbe frutto dell’alleanza con Shears (che invece è ospite in Keep your eyes peeled), ma è tutta farina del sacco di Homme (con qualche richiamo ai Muse). Il pianoforte guida la title-track, apre la strada al blues lisergico di The vampire of time and memory. In mezzo a tanta varietà, proprio la più garage del lotto, My God is the sun, è anche la più prevedibile.

…Like clockwork è insomma un lavoro intelligente, raffinato, solido, anche quando sembra alleggerirsi (I sat by the ocean). Gustoso: non è la rivoluzione, ma almeno cammina su gambe che sono solo sue.

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