Inflessibili cantori del verbo doo-wap, gli She & Him sono l’archetipo dell’indie più abusato: quello che basta a se stesso, che spande ai quattro venti graziose effusioni e ammiccamenti vintage, quello più autoreferenziale perché esaurisce il mondo là fuori nell’estetica, allontanando da sé programmaticamente ogni traccia di presente. Per la verità, M. Ward e Zooey Deschanel, nelle loro sortite congiunte, non hanno mai finto ambizione: il loro obiettivo è sempre stato intrattenere, regalare una mezz’oretta spensierata. Il che non sarebbe neppure un male terribile, se non fosse che le tracce di questo Volume 3 (ma il discorso vale anche per i predecessori) finiscono con l’assomigliarsi un po’ tutte, impegnate ad inseguire sinistramente sogni anni ’50 irrimediabilmente imbalsamati.
Persi tra coretti dolciastri, chitarre acustiche un po’ folk, un po’ jazz, cembali e archi che puzzano di stereotipo lontano un miglio, i quattordici brani non trovano mai uno spunto memorabile: si crogiolano tra sorrisetti affettati, in una naiveté anacronistica, inconsistente al punto tale da non essere neppure irritante. La “frizzante” I could’ve been your girl, la dolce Never wanted you love, la sofisticata Turn to white e Shadow of love (dal tono insolitamente serioso) sembrano venute fuori direttamente da un juke box del vecchio evo musicale, e non è un complimento. Dei classici emulano i toni e le pose, non ne posseggono la statura. Pertinenti gli omaggi a Ray Noble (Hold me, thrill me, kiss me), e al trittico Jeff Barry – Ellie Greenwich – George Morton (Baby): ma era proprio necessario trascinare per i capelli nel bugigattolo della nostalgia anche i Blondie di Sunday girl? Per carità, Debbie Harry non è mai stata avanguardia, ma consegnarla ad un museo è una punizione troppo ingiusta.
Volume 3 è un compendio perfetto dell’immaginario da anti-diva del Sundance di Zooey Deschanel, che canta come recita (benino, ma senza troppa personalità). Inspiegabile che in mezzo ci sia uno come Ward, che invece ci cose intelligenti ne ha fatte e ne fa tutt’ora (ma sarà che con quelle non ci paga le bollette). L’ultimo lavoro degli She & Him dunque non intrattiene e neppure diverte, perché non ha nulla da dire (anche se lo dice con innegabile cura) ed esorta sistematicamente all’esercizio ginnico peggiore quando si ascolta un disco: il “salto delle tracce”.
