C’è un corpo che galleggia tra i rifiuti e il fango – è il corpo di Quinlan – nella scena finale di Touch of evil (1959) di Orson Welles.«Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era anche un grand’uomo» è l'”epitaffio”, pronunciato dalla chiromante Tanya (Marlene Dietrich). Tratto dal romanzo Badge of evil di Whit Masterson e tradotto in italiano con il titolo L’infernale Quinlan, il film di Welles s’impone come mix luciferino tra soluzione ed estetica.
Il piano sequenza iniziale contiene al suo interno una serie di contaminazioni visive che aprono alle sensorialità del corpo. In una sola mossa, Welles introduce la storia e riflette sulla narrazione stessa. Si inizia, in particolare, con il ticchettio del timer di una bomba, collocata da mani sconosciute dentro il portabagagli di una macchina. La cosa interessante è che il piano sequenza dura esattamente 3′ 10”, ovvero il tempo segnato dal timer: un tocco “diabolico” di Quinlan/Welles, con quel tic-tac a definire il ritmo del racconto.
Siamo alla frontiera degli USA col Messico. La macchina che salta in aria è quella di un ricco imprenditore, che viaggia con una giovane bionda (agitata: poco prima del boato, per un forte mal di testa, si volta indietro come se non volesse più proseguire). L’esplosione arriva nel momento in cui Vargas (Charlton Heston) e la moglie Susan (Janet Leigh), poco distanti e in viaggio per la luna di miele, stanno per baciarsi: un bacio tagliato, a chiudere l’intensa premessa del film. Vargas è poliziotto di gran valore, ha arrestato uno dei Grandi, una potente famiglia che controlla il traffico di stupefacenti. Decide di occuparsi dell’attentato, ma durante le indagini deve vedersela con il capo della polizia locale, Hank Quinlan appunto (Welles), incaricato ufficialmente dell’inchiesta. Tutto il film gioca sullo scontro di personalità tra i due. Vargas è razionale, bello, “giusto” e freddo, Quinlan è invece un investigatore che fabbrica prove e uccide per incastrare l’avversario, conteso tra inquietudine e titanismo.
Un mistero, insomma, come è un mistero il mal di testa della signora nell’auto nella scena iniziale: un anticipo terribile della morte, un “avvertimento” che nessuno segue, nemmeno il regista. Welles costruisce insomma un’architettura “infernale”, quasi magica, non sciogliendo mai tutte le riserve, anzi nel continuum accresce l’inquietudine. Se il caso può essere risolto, certo non si può dire dell’enigma-Quinlan, che finisce ubriaco e votato alla morte. Welles traccia insomma su di sé, incarnandolo in maniera geniale, il confine assai ambiguo tra il bene e il male: per quanto terribile sia, infatti, Quinlan conserva un innegabile fascino. Il tic-tac del timer altro non è il battito-ritmo intenso della strategia sublime-infernale alla base del cinema di Orson Welles.
