Deerhunter – Monomania

Gli anni ’90 non sono morti: si sono reincarnati nella muscolatura fragile e smagrita di Bradford Cox, nelle sue lunghe dita, nelle ossa lunghe e sottili, nel suo sguardo spiritato. Soprattutto, si sono incarnati in un’idea di rock in questo senso antropomorfo, cioè spinoso, spigoloso, allucinato e consapevole proprio come il songwriter americano. Nati per gioco (Turn it up faggot, del 2005, non era destinato alla pubblicazione), i Deerhunter sono partiti dalla decostruzione selvaggia del verbo rock (Captain Beefheart e Sonic Youth i maestri) per approdare poi, via via, ad una forma canzone sempre inquieta, scossa.

 

Monomania, sesto disco di studio, è un album stridente, sgradevole, un esempio di “garage rock notturno”, stratificato, consunto, in preda ad una terribile e implacabile autocombustione. Le dodici canzoni sono strette tra singhiozzi (post)punk e visioni lisergiche, e nonostante il sound irrimediabilmente vintage, cedono poco o nulla al revival. Forte di una lineup rinnovata (il basso di Josh Mckay e la chitarra di Frankie Broyles), Cox cesella con mirabile precisione la giostra ipnotica e scorticata di Neon junkyard, scava il vortice di febbricitanti distorsioni in cui precipita Leather jacket II, architetta i ricami più leggeri di T.H.M., s’incapriccia e deborda nella title-track, un incubo rumorista strafottente. Il tutto, dicevamo, alternando sapientemente maniacalità appunto (del resto, evidente sin dal titolo) e gusto melodico tutto da scoprire.

 

Anche la varietà della scrittura è assai subdola, rivela una sottigliezza, un gioco di sfumature che pochi possono vantare. Blue agent, al piccolo trotto, pare uscita dalla penna di un Mark Everett, ma è tutt’altro che banale o derivativa, così come Pensacola, che rielabora boogie e country rock a modo suo. Punk (la vie antérieure) scivola via acustica e sporca, polverosa e riverberata. Sembra quasi sciatta, svogliata, come Nitebike, ma attenzione, è una sceneggiata, una provocazione intellettuale e insieme un’attitudine genuina, viscerale.

 

Cox non è in grado di mentire, e non lo fa neanche in Monomania. Rispetto ad Halcyon digest (2010), la scrittura qui ha il fascino di un’accresciuta maturità, che non si traduce in manierismo ma, al contrario, apre nuove spazi, suggerisce nuove direzioni. La “monomania” dei Deerhunter, insomma, non ha nulla a che vedere con la monotonia, con il reitarsi sempre uguale di stereotipi e cliché: è una fissazione poetica, selvaggia, ombrosa. Meravigliosa. 

 

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