La versione di David Cronenberg del melodramma: questo è La mosca. E non solo, ovviamente. Il cineasta canadese ha fatto di un cinema mutante, inquieto, la sua bandiera sin dagli esordi. In quest’ottica, la pellicola del 1986 può considerarsi uno dei passaggi fondamentali della sua produzione e uno degli snodi cruciali delle riflessioni estreme sul corpo che il cinema degli anni ’70-‘80 ha proposto. Attraverso il cliché dell’amore impossibile, Cronenberg travalica i confini di genere puntando ad una commistione con horror e fantascienza la quale, a sua volta, altro non è che un saggio sul valore di realtà dell’immagine cinematografica.
Lo scienziato Seth Brudle ha inventato una macchina per il teletrasporto. Quando, dopo una serie di esperimenti su oggetti inanimati, decide di collaudarla su di sé, Seth non si accorge di un particolare: nella capsula di trasbordo, con lui, c’è una mosca. Il computer, colto alla sprovvista, fonde entrambe in un unico organismo. Sulle prime, lo scienziato pensa che il teletrasporto l’abbia “purificato”: il suo corpo, infatti, non sente la stanchezza, è agile e forte, sessualmente inappagabile. Poi, però, la scoperta: un’orrenda mutazione a poco a poco lo sta trasformando in qualcosa d’altro sia da Seth Brundle che da una mosca.

Una nuova creatura, di cui Cronenberg mostra la metamorfosi in una serie di tappe che coincidono con l’allontanamento del protagonista da Veronica Quaife, la giornalista scientifica che ne documentava il lavoro e con cui Seth aveva intrecciato una relazione. Il regista condensa in 95 minuti le settimane della terrificante evoluzione (Seth va letteralmente in pezzi) e della fine della storia tra i due, culminando in un epilogo ancora più ardito.
Ne La mosca, Brundle si dissolve progressivamente. Man mano che al suo posto compare la “Bundle-mosca”, l’uomo viene ad essere percepito come archeologia: è la “vecchia carne” contrapposta alla “nuova carne”, che Cronenberg aveva già teorizzato in Videodrome. Il regista canadese ne La mosca è più che mai “levatrice” di mostri filmici (in un incubo di Veronica, Cronenberg è il ginecologo che l’aiuta a dare alla luce una spaventosa larva). Il suo attrezzo è il cinema, il teletrasporto per eccellenza, che smaterializza i corpi ricostruendoli in immagini, necessariamente incomplete, “altre” rispetto agli originali. Disumane, e per questo terribili.
