La maturazione di Iron and Wine ha francamente dell’incredibile. Partito come solitario menestrello (acustico) dalla voce sussurrante, dopo il dittico The creek drank the cradle (2002) – Our endless numbered days (2004, praticamente perfetto), Sam Beam ha progressivamente complicato la sua musica. L’ha stratificata, arricchendola di elettricità, tastiere, organi, richiami soul ed elettronica, e senza snaturarsi. Certo di rivoluzione neanche a parlarne, ma The shepherd’s dog (2007) e il recente Kiss each other clean hanno rappresentato una piccola manna per gli orfani del cantautorato dei ’70 (Elton John, Paul Simon, la Band, i Fleetwood Mac).
Ghost on ghost è, da questo punto di vista, la prosecuzione di un discorso che ha portato Beam ad emanciparsi dalla monocromia essenziale del Nick Drake rifatto in chiave “sudista” degli esordi. È un album vario, in cui convivono chitarre, sax, archi, groove e malinconia, con più omogeneità (e rilassatezza) di Kiss each other clean ed in cui il tratto soul-jazz è più marcato, più esplicito. The desert babbler, in questo senso, è un mezzo miracolo: coretti e archi richiamano espressamente la Motown, ma tanto la melodia che il falsetto di Beam evitano ogni stucchevolezza, definendo un cantuccio proprio nel seminato di Marvin Gaye & co. La chiusura è affidata ai fiati, gli stessi che tornano prepotenti, ad esempio, nelle più oscure Low light buddy of mine, Grass windows, Singers and the endless song e Lovers’ revolution, scandite dal lavoro “minimo” e groovy di basso e batteria e sorrette da un’interpretazione vocale decisamente autorevole. Caught in the briars sfodera invece sorprendenti tocchi afro-latin (mescolati ad innegabili richiami r’n’b stile Band), Winter prayers si abbevera al folk West Coast e Baby center stage ammicca al country (la pedal steel) e al gospel. Non manca insomma la varietà, neppure sotto il profilo lirico-emotivo: Beam, al solito, è impareggiabile nel muoversi tra malinconia, solitudine e ricerca di purezza, tra richiami biblici e confessioni personali (in Joy, commossa dedica all’amore che salva, si descrive come “born bitter as a lemon”).
Non è però tanto l’eterogeneità a stupire, anche perché, come dicevamo prima, gli ingredienti sono ben amalgamati: è la qualità della scrittura a lasciare il segno. Non sono in molti a saper tratteggiare canzoni come The desert babbler, Grass windows o Winter prayers, al tempo stesso pulite e brillanti, raccolte e (a modo loro) ambiziose. Beam è dunque l’artigiano del pop, quello misurato, certosino, che può scodellare melodie su melodie senza perdere il bandolo della matassa. Un piccolo classico, insomma.
