Derek Cianfrance – Come un tuono

In Brother tied (1998) erano i fratelli. In Blue valentine (2010) la coppia. In Come un tuono (The place beyond the pines) sono i padri, e le colpe che si abbattono come un flagello sui figli. Derek Cianfrance è il regista della famiglia problematica, delle vite ingabbiate nella trappola del destino, dei dolori presenti e del caldo abbraccio del passato. Per la sua terza fatica, l’americano esagera. Tanto per cominciare, con il cast: schiera due assi come Ryan Gosling e Bradley Cooper (affiancati da una non disprezzabile anche se marginale Eva Mendes) e gli affida le parti rispettivamente di Luke, uno stuntman motociclista alle prese con una paternità inattesa, e di Avery, un poliziotto ambizioso e meno onesto di quanto non si creda. Poi eccede con tutto il resto – struttura, tono, ambizione. Divide i 140 minuti di film in tre parti, abbracciando complessivamente quindici anni di vita. Si passa così da Luke che per mantenere moglie e figlia (il suo lavoro di performer in un circo ambulante e di meccanico non basta) decide di rapinare banche, al drammatico confronto di questi con l’allora giovane agente Avery, e da qui all’atto conclusivo, con i figli dei due uomini a scontare gli errori e le vanità dei genitori.

Come un tuono che mescola tragedia e noir, esistenzialismo (“se corri come un fulmine, ti schianti come un tuono”) ed action movie, sotto le insegne di una regia che si serve di camera a mano, primi e primissimi piani, soggettive e piani sequenza e che dunque, pur non rinunciando alla spettacolarità delle fughe in moto di Gosling, si colloca agli antipodi dei cliché del cinema action. Cianfrance è al tempo stesso realista ed anti-realista (l’uso espressivo delle luci, la colonna sonora di Mike Patton); soprattutto, è capacissimo: la sua abilità tecnica è fuori discussione. Quello che latita, qui, è il dono della sintesi e la spontaneità dell’insieme: Come un tuono è un film programmatico, tutto teso cioè a mostrare quest’idea di inevitabilità che permea ed opprime il percorso dei personaggi, vanificando (quasi) ogni possibilità di riscatto. Non a caso, lo show itinerante che porta in scena Luke è il “globo della morte”, che lo costringe a correre perennemente con la sua moto in una gabbia, metafora di una condizione esistenziale bloccata.

La sceneggiatura affastella troppi spunti: il destino, appunto, ma anche l’ambiguità dei concetti di bene e male, il conflitto generazionale, la riflessione sulla paternità e quant’altro, e finisce col perdersi in qualche forzatura, specie nel finale-chiusura di cerchio. Il richiamo del sangue prescrive la vendetta, da consumarsi nel “posto dietro i pini”, che è sì il nome indiano di Schenectady (la cittadina di NY in cui il film è ambientato), ma soprattutto un luogo (filmico, in primis) di pacificazione e catarsi. Come un tuono ci arriva preoccupato di emozionare più che di emozionarsi, ed è questo il suo problema maggiore: una insincerità di fondo abilmente occultata dietro una confezione impeccabile e strappalacrime.

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