Bankrupt!: stratificato, ricco, ipnagogico. Eppure, sotto la coltre di synth sporchi e minimalismi assortiti, il cuore della band francese è sempre il solito, un cuore melodico e pop. Questo tanto per chiarire, perché Thomas Mars in un’intervista di qualche tempo fa aveva parlato di un disco “sperimentale” e “minimale”, e poi il titolo sembrava alludere a chissà che attinenze sociopolitiche. Tranquilli: il quartetto francese non s’è trasformato nei Radiohead o in una parodia ultrachic e French-touch degli U2, ha solo spostato un po’ il baricentro della propria scrittura, andando ad esplorare le “terre dell’abbondanza” del synth-pop che chiacchiera amabilmente con la new-wave, il krautrock e l’r’n’b.
Dunque l’attesa (quattro anni dal predecessore, Wolfgang Amadeus Phoenix) è stata ripagata ampiamente, e questo malgrado la band abbia adoperato i trucchi più triti del marketing odierno, con un corollario quasi sfiancante di teaser, trailer, singoli, anteprime live ecc. Rispetto al predecessore, dicevamo, il tasso d’elettronica è maggiore. Riff di tastiere, abbinati ad un drumming incalzante, disegnano trame orientaleggianti in Entertainment, mentre Trying to be cool si colora di sentori glo-fi. Più articolata la title-track: intro strumentale lieve, poi subentra una pulsazione martellante (era, per intenderci, la colonna sonora del teaser “epilettico”) a sua volta sostituita, via via, da una fluttazione ipnotica e da una melodia vocale che s’appoggia su una chitarra acustica. Un copione, questo basato sull’alternanza tra parti pulsanti e passaggi acquerello, che si ripete anche nella conclusiva Oblique city. Ma tutto Bankrupt! in effetti è così: frenetico come la vita della metropoli (Trying to be cool) e pigro come un turista (Chloroform, virata r’n’b).
I contrasti, o quantomeno gli accostamenti sincretici, sono dunque il sale dell’album: ai tempi di United, la band non avrebbe mai rischiato l’omaggio ai Kraftwerk (seppur corretto da certi cliché da dancefloor anni ’80) di Don’t, e il pop-rock di The real thing sarebbe stato più snello, essenziale. Soprattutto, sarebbe emersa la distinzione tra le varie componenti del sound, un po’ come accadeva in Funky squaredance, che alternava un po’ ingenuamente country, Prince e Toto. Ora, invece, Mars e i suoi adottano un calibro più raffinato, tendono e riescono nel gioco della compenetrazione reciproca tra spunti e stili, senza smarrire la propria identità. Non rischiano cioè di finire stritolati sotto un cumulo di paragoni tutti inevitabilmente, chi più chi meno, fuorvianti. È questione di maturità, quella già vista in It’s never been like that e Wolfgang Amadeus Phoenix ma che Bankrupt! rende dato di fatto. Un piccolo classico è nato, insomma: chi l’ha detto che una “bancarotta” non può avere risvolti positivi?
