Dieci anni. Sono passati dieci anni dalla pubblicazione di Give up, eppure la brillantezza di questo primo e (ad oggi) unico frutto del sodalizio tra Ben Gibbard e Jimmy Tamborello è rimasta intatta. La ristampa della Sub Pop, pur con il consueto e prevedibile codazzo di inediti (interessanti, va detto) e remix, rende opportuno omaggio ad un album che, in modo gentile, non appariscente, s’è insinuato tra le pieghe di un decennio avaro di simboli, assurgendo a compendio di malinconie e stilemi sonori.
E pensare che tutto era nato un po’ così, quasi per gioco, con un brano, (This is) the dream of Evan and Chan, registrato da Gibbard e Tamborello (in arte Dntel) per l’album di quest’ultimo, Life is full of possibility (2001). Il successo dell’operazione fu tale da spingere i due a cimentarsi con un LP intero, assemblato (con il contributo di Jenny Lewis dei Rilo Kiley) via posta – da cui il nome, Postal Service. La distanza fisica tra i due ben esemplifica la distanza tra i rispettivi mondi musicali, l’indie-rock e l’elettronica: tuttavia, Give up compie il miracolo e, pur nel contrasto tra beat esuberanti e melodie malinconiche, trova una sintesi implacabile, “naturale” proprio come quell’Anthem che chiude la scaletta originaria. Nei testi, Gibbard racconta di amore, abbandono (The district sleeps alone tonight), di una voglia di libertà che è un dispiegare leggero di ali, un salire in posti remotissimi ed opporre un gentile rifiuto a quelli che ti chiedono di scendere (Such great heights), ai cinici, da cui allontanarsi per cercare riparo in una Brand new colony. Give up parla della necessità, prima che della ricerca effettiva, di un modo utopico in cui tutto sia esattamente come sembra, raggiungibile per questo forse solo in sogno (Sleeping in).
La musica vive di tocchi essenziali eppure brillanti: orchestrazioni appena accennate (The district sleeps alone tonight), elettronica da videogame (Nothing better), bassi pronunciati e tastiere timide (Sleeping in) anche quando assumono un ruolo più enfatico (We will become silhouettes), il tutto tenuto insieme dal moto perpetuo di un beat (drum’n’bass in Natural anthem) che sta bene anche nei momenti più eterei (Recylced air) e trasognati (Such great heights).
Pur se privi della deliziosa naivetè dell’epoca, gli inediti Turn around e A tattered line of strings (ritornello-killer) si mostrano entrambi all’altezza. Meglio però le rarità, Be still my heart e There’s enough time. Sorprendente la cover di Against all odds di Phil Collins, da ascoltare assolutamente quella di Iron & Wine di Such a great heights (almeno pari all’originale). Remix per completisti: la magia è altrove, ancora custodita in quelle magnifiche dieci tracce che il tempo non ha scalfito.
