Educazione siberiana

Educazione siberiana: i “criminali onesti” di Lilin e Salvatores

Sembra un ossimoro parlare di “criminali onesti”. Eppure, Nicolai Lilin c’è riuscito nella sua Educazione siberiana. E, in parte, c’è riuscito anche Gabriele Salvatores con l’omonimo film. Libro e pellicola assai diversi (per stessa ammissione di regista e scrittore), con un lungometraggio che tenta una rilettura di alcuni episodi narrati nel romanzo e la trasposizione sullo schermo di una comunità, quella della Transnistria – collocata geograficamente nella Moldavia orientale -, per decenni terra di nessuno (e di tutti): crocevia di traffici internazionali e autoproclamatasi indipendente nel 1990, la Transnistria fu protagonista di una guerra che si concluse nel 1992 con un cessate al fuoco e l’istituzione di una zona di sicurezza tra di essa e la Moldavia. La storia, piuttosto articolata, di questo piccolo territorio si ricollega alle vicende dell’ex Unione Sovietica e al suo scioglimento, il 26 dicembre 1991; ma pure ai fatti post muro di Berlino, che hanno comportato dei mutamenti a livello socio-culturale nella piccola comunità criminale (quest’ultimo aspetto particolarmente evidenziato nel film di Salvatores).

 

A qualcuno può non piacere il modo di fare cinema di Salvatores, così come si può storcere il naso di fronte alla rivisitazione del testo di Lilin (se di rivisitazione si può parlare poiché, in realtà, sono davvero due prodotti, sotto certi aspetti, molto distanti). Certo è che trasporre con assoluta fedeltà il libro al cinema poteva essere un azzardo: nella sua quasi totalità, il romanzo è incentrato sulla figura di Nicolai “Kolima” e, più che una storia, si tratta di una serie di storie che lo vedono protagonista. Gli amici sono delle figure secondarie che lo spalleggiano e lo stesso Gagarin, che nel film è praticamente co-protagonista (interpretato da Vilius Tumalavicius, un nome da tenere d’occhio), nello scritto è solo un’ombra: è proprio il carattere filmico di Gagarin a venire stravolto in modo radicale rispetto al personaggio letterario, oltre ad assumere un’importanza pari a quella di Kolima. Per ovvie ragioni di tempi cinematografici Salvatores accenna, ma non approfondisce, gli usi e costumi siberiani, e si serve per lo scopo della voce di nonno Kuzja (un bravissimo John Malkovich), che nel libro non è il vero nonno di Nicolai, quanto piuttosto un vecchio particolarmente considerato nella comunità siberiana – nel testo è spiegato che l’appellativo “nonno” è dato in segno di rispetto agli ex criminali a cui spetta il compito di educare i più giovani.

 


 

Preso singolarmente il film di Salvatores è di buona qualità formale e segue una tendenza che sta prendendo sempre più piede nelle attuali culture filmica e letteraria (pensiamo alla biografia romanzata su Eduard Limonov di Carrère), ossia volgere lo sguardo verso Est e alla trasformazione geo-politica russa degli ultimi vent’anni. Da parte sua, il libro di Lilin è profondo, articolato, anche se, di certo, a sua volta un po’ romanzato. Eppure la realtà della piccola comunità è descritta dall’autore in modo minuzioso, di grande interesse per il lettore, il quale scopre il significato di tanti gesti, strumenti (come la picca), simboli, oltre che la filosofia siberiana dei tatuaggi, i quali non sono casuali, ma seguono delle precise regole spazio-temporali e diventano l’inchiostro attraverso il quale ciascuno fissa in modo indelebile, nella pagina immacolata del suo corpo, la storia della propria vita. La lettura è fluida, lo stile narrativo e il lessico utilizzati accattivanti (e tanto si deve anche all’ottimo lavoro degli editor Einaudi), le descrizioni particolareggiate, che si snodano tra un’avventura al fiume e gli scontri tra ragazzi, pazientemente guidati dai vecchi.

 

Forse la bellezza di Educazione siberiana di Salvatores sta proprio nell’aver trasmesso, al pari del romanzo, quel senso di rispetto dei più giovani nei confronti di una generazione di anziani, con la quale si può essere in disaccordo, ma per la quale non viene mai meno il senso di stima e fiducia. Nella comunità siberiana i vecchi continuano ad avere un ruolo importante, al contrario purtroppo di quanto accade nella maggior parte delle nazioni occidentali, così come grande è il senso di protezione per i “voluti da Dio” come Ksenia, che i criminali proteggono a costo della loro stessa vita. Chiude il cerchio l’intensa amicizia tra Kolima e Gagarin, il primo forte della guida del nonno, il secondo solo e abbandonato anche dalla madre che, mentre il figlio è in carcere, decide di scappare con un camionista rumeno.

 

È la solitudine, il ritrovarsi in un mondo in veloce evoluzione, che promette tutto e subito, a determinare lo sfasamento di Gagarin, diviso tra l’amore per la comunità e gli amici e il desiderio di essere qualcuno e possedere “più di quello che il suo cuore può amare”. Il finale è scontato, in quanto c’è solo un modo per Gagarin di ritornare alle origini e rimediare così alle sue cattive scelte, così come per Kolima c’è solo un modo per ritrovare l’amico fraterno. In seguito, il protagonista sarà finalmente libero di riprendere in mano la sua vita, che aveva momentaneamente messo in standby per inseguire l’ex compagno, reo di essersi macchiato di un crimine intollerabile per la comunità siberiana. Al contrario, nel libro il destino di Kolima è ben diverso: viene spedito in Russia, reclutato nei sabotatori. Lo confida a un soldato il quale, esterrefatto, gli chiede cosa possa aver mai combinato di tanto grave per meritarsi una punizione del genere. E le lapidarie parole di Kolima che chiudono il libro sono proprio: «Ho ricevuto un’educazione siberiana».