Luigi Funcis, Pol de Lay, Lelesd e Rigon sono quattro pazzi. Per fortuna. La loro idea di rock è un agglomerato di suoni apparentemente caotico e in realtà ben strutturato, che ha affinità col progressive ma senza le pretenziosità e le ampollosità del caso, che strizza l’occhio all’avanguardia, ma senza saccenteria, che flirta con l’elettronica, ma non per questo svende la sua anima analogica. Hanno iniziato, gli Eterea Post Bong Band, con lo splendido La chiave del 20 (2007), split inciso con quegli altri fantastici irregolari dei Uochi Toki, poi hanno smembrato ulteriormente il processo creativo con epykS 1.0 (con alcuni featuring pervenuti via VoIP) e adesso lambiscono i misteri più profondi della matematica (di più: dell’ordine della natura) con BIOS. Un coagulo anche qui densissimo, con Fibonacci e la sua “serie” a fornire lo spunto per un altro viaggio surreale ai confini della scrittura musicale post-moderna, in cui, al solito, ciascun elemento tracima nel suo opposto e stabilisce una singolare dialettica, aperta, irrisolta per vocazione.
Paradosso: l’insistenza sulla ricorsività (uno degli elementi-cardine di BIOS, a cominciare dall’artwork), dunque la presenza di una struttura potenzialmente asfissiante, genera qui un discorso musicale estremamente fluido, naturale. Loop ed iterazioni, insomma, sono non un circuito chiuso, ma le fondamenta su cui si libra una scrittura cangiante: Homo siemens, ad esempio, è alternativamente una danza tribale, un blues in slide, un funk-rock misto dance – fate voi. Certo la chiusura finale (country) è decisamente surreale, tanto più che dentro ci sono campioni da The perfect human di Jorgen Leth. Fibo attacca con premesse prevedibili, quasi soporifere (arpeggio interlocutorio, beat minimo e sample da Pi greco di Aronofsky): poi però cambia pelle, s’inventa intermezzi sospesi ed accelerazioni improvvise. Ancora più profonde le ferite ritmiche di Scipstep, che fa pensare ad un mash-up tra Flaming Lips e Captain Beefheart. Tim Peaks è forse l’apice delle loro digressioni gommose, vista l’estrema malleabilità ed eterogeneità degli spunti (dall’hip-hop alle marcette militari). Del resto, The fall of Kasparov ricorre persino alla Toccata di Paradisi (per intenderci, la sigla dell’Intervallo RAI) per raccontare in chiave quasi impressionistica la disfatta del campione di scacchi contro il supercomputer Deep Blue.
Una chiusura un po’ sinistra, soprattutto se confrontata con l’overture, il trip-hop visionario di The rise of Ramanujan, dedicata all’omonimo matematico indiano. Siamo ancora lontani, insomma, dal penetrare il mistero delle strutture profonde. In attesa della rivelazione, BIOS è comunque un ottimo compagno di viaggio.
