Appoggiati al muro, in silenzio. È un buon modo per osservare la vita. Non si partecipa ma forse per questo la si comprende meglio. Si può passare molto tempo così, schiacciati contro quella parete dalla sproporzione tra la volontà e la capacità; tra la sensazione di avere qualcosa in più, nascosto da qualche parte, ed il terrore di svanire nel momento stesso in cui ci si mischierà al resto del mondo.
Charlie (Logan Lerman) è bloccato. Sta iniziando il primo anno di liceo e l’unica persona con cui riesce ad avere un dialogo è il professore di Letteratura Inglese. Legge e scrive, perché non sa come vivere né come parlare. C’è troppa vita nella sua testa, troppi ricordi dolorosi che prendono sempre più spesso il sopravvento e lo distraggono da ciò che sta succedendo ad un passo da lui. Da quel qualcosa di troppo grande di cui non riesce a far parte e che anzi sembra respingerlo costantemente. Finché non conosce Patrick (Ezra Miller) e la sua sorellastra, Sam (Emma Watson). Frequentano l’ultimo anno, sanno ridere ed essere divertenti, fanno rumore e si vogliono bene. Charlie li osserva e percepisce in loro la sua stessa sofferenza. Anche Sam e Patrick sono dei giocattoli difettosi, loro però hanno trovato in qualche maniera il modo di funzionare. Seguendoli, Charlie imparerà a lasciarsi andare. Pian piano si staccherà da quel muro, prima per occuparsi e preoccuparsi dei loro sentimenti e poi per affrontare l’oscurità dei propri.
Parlare del disagio giovanile in modo originale non è semplice. Molto è già stato detto e visto. Stephen Chbosky ci ha provato. Prima di essere sceneggiatore e regista di Noi siamo infinito, è l’autore del libro da cui è stato tratto (edito in Italia da Sperling & Kupfer) e l’impressione è quella di assistere ad una storia cui è legato da un grande affetto. Una storia che voleva raccontare con sincerità. Il pacchetto dei temi problematici è più o meno completo. Ci sono gli abusi e i genitori distanti, c’è l’omosessualità, il bullismo, l’incomunicabilità, il suicidio. Il film però non implode sotto il loro peso (nonostante alcuni passaggi meno originali) e trova la sua ragion d’essere altrove. Ognuno di noi accetta l’amore che pensa di meritare, per questo, al di là delle diverse declinazioni in cui si realizza, il problema sta nella relazione con se stessi, da cui dipende poi quella con gli altri e con la vita.
Un introspettivo Lerman, una romantica Watson ed un delizioso Miller, insieme ad un’azzeccata colonna sonora (che, tra vinili e musicassette, dà quel tocco di nostalgia in più), garantiscono spessore ad un film che ha il merito di essere piacevole e doloroso, senza essere pretenzioso.
