John Grant – Pale green ghosts

I “fantasmi verde chiaro” evocati dal titolo del secondo album solista di John Grant sono degli alberi d’ulivo. Il nostro li incrociava regolarmente, negli anni ’80, quando da Parker (la città in cui è cresciuto) si recava a Denver, nei club new-wave o a trovare il fidanzato. Non è un caso, dunque, che quelle stesse sonorità elettroniche e votate al dancehall si affaccino in questo secondo capitolo della sua avventura solista. È stato un periodo duro per l’ex Czars, contrassegnato dalla peggiore delle scoperte: la sieropositività. Grant ne parla esplicitamente in Ernest Borgnine, e lo fa a modo suo, senza risparmiare nulla. Tutto Pale green ghosts è dunque venato di fragilità, di inquietudine e, insieme, di disarmante sincerità: le trame di Moog, drum machine, piano e chitarre, con il loro corredo di riverberi, manipolazioni ed orchestrazioni, non nascondono alcun cruccio, anzi lo amplificano, sotto la volte di una scrittura minimale e intensa.

La svolta stilistica (propiziata anche dal lavoro con il producer Birgir Þórarinsson dei Gus Gus) non scalfisce la personalità del tratto di Grant: in Vietnam e It doesn’t matter to him, ad esempio, rivivono le suggestioni del primo LP solista, Queen of Denmark (2010). Non è un caso, ovviamente, che in entrambi i brani la sezione ritmica sia curata da McKenzie Smith e Paul Alexander dei Midlake, la backing band dell’epoca. Di Grant, in effetti, c’è molto in Pale green ghosts: al di là dei temi autobiografici dei testi (l’HIV appunto, l’omosessualità, la vita di provincia), le tracce conservano inalterato quel peculiare mix di lirismo, malinconia e humor che ne contraddistinguono da sempre la scrittura. E questo tanto nei passaggi più sperimentali (l’incorporea Ernest Borgnine, tra vocoder e sax jazz) che in quelli più raccolti e folkie (da GMF: «I’m the greatest motherfucker that you ever gonna meet»). Qua e là la sbornia d’eclettismo diventa perniciosa: la club-music di Sensitive new age guy ha un sound eccessivamente caratterizzato, stereotipico, dunque scarsamente incisivo (malgrado il lavoro certosino di missaggio). È, insomma, all’opposto della fluttuante ed intima You don’t have to, ma anche dell’impeto romantico e votato al subline di Glacier.

Pale green ghosts non ha l’effetto dirompente di Queen of Denmark ed evidenzia in qualche circostanza problemi di coabitazione tra spunti sonori evidentemente eterogenei (ci sono pure le backing vocals di Sinead O’Connor), ma tant’è: avercene di musicisti che rimettono in discussione tutto così, con schiettezza e autoironia. Il classico disco di transizione insomma, che apre nuovi orizzonti al canzoniere arguto di Grant.

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