II mago di Oz (di cui, a breve, sarà nelle sale una versione cinematografica firmata Sam Raimi) è una di quelle classiche storie che vanno bene a tutte le età, fanno sorridere il lettore e divertono dall’inizio alla fine. Scritto da L. Frank Baum nel 1900, il libro ha avuto subito un grandissimo successo, e in brevissimo tempo è diventato il testo per ragazzi più venduto degli Stati Uniti, anche grazie alle splendide illustrazioni di W. W. Denslow. Un racconto che unisce una straordinaria inventiva ad una delicatezza che non si perde mai tra le pagine del libro; la stessa delicatezza della protagonista, la piccola Dorothy, che vive in una fattoria del Kansas insieme alla zia Em, allo zio Henry e al suo fidato cagnolino Toto. La vita di Dorothy cambia di colpo quando, un giorno, un ciclone solleva la sua casa trasportandola in un mondo fantastico.
Se la storia di Dorothy è conosciuta ormai da tutti, meno conosciuta è quella di Baum, figlio di un ricco petroliere e nato nello stato di New York nel 1856. I problemi al cuore che lo affliggono fin da piccolo lo costringono ad una vita tranquilla, e Baum si rifugia in un mondo tutto suo, fatto di sogni e avventure. Proprio a causa della malattia lascia la tanto odiata Accademia militare, e riesce a coltivare le sue passioni: l’allevamento di polli e l’editoria. Scrive Il libro dei polli, un manuale che esce nel 1886, e diventa proprietario di una piccola tipografia. Ama anche il teatro, e nel corso degli anni eredita dal padre l’impresa di lubrificanti, che lascerà dopo poco tempo per seguire i suoi sogni. Si sposa con Maude Gauge (figlia di un’attivista del movimento per l’emancipazione della donna), ha quattro figli, e si trasferisce nel Dakota, dove apre con la moglie un magazzino. Anche qui poca fortuna: Baum decide così di cimentarsi prima col giornalismo e poi con il mercato della porcellana.
Quando rientra da lavoro, i figli sono la sua compagnia. Per loro legge e inventa storie, tanto che pubblica una raccolta in cui sono rielaborate vecchie filastrocche, seguita da Father Goose, un libro per ragazzi illustrato da Densolw, disegnatore di Chicago specializzato in Art Nouveau. Proprio Densolw cura le illustrazioni de Il meraviglioso Mago di Oz, che esce nel maggio del 1900. Il successo lo riporta alla passione per il teatro, dove mette in scena The Wizard of Oz, commedia musicale tratta dal suo capolavoro. Nel 1939, vent’anni dopo la sua morte, esce una famosa versione cinematografica del Mago di Oz, con Judy Garland nella parte di Dorothy: l’opera di Baum è così conosciuta in tutto il mondo.
Ma torniamo a Dorothy. Atterrata nel paese fantastico incontra i Munchkin, buffi abitanti che le consigliano di recarsi alla Città di Smeraldo. La bambina prende le scarpette della cattiva Strega dell’Est (rimasta schiacciata dalla casa) ed inizia il viaggio per incontrare il grande Mago, l’unico che possa aiutarla a ritornare nel Kansas. Lungo il percorso incontra personaggi straordinari, pronti a seguirla e a fare a loro volta delle richieste al Mago: lo Spaventapasseri Senza Cervello ne desidera ardentemente uno, il Boscaiolo di Latta ha invece bisogno di un cuore, e il Leone vuole vincere la sua vigliaccheria con una buona dose di coraggio. Quello di Baum è chiaramente un gioco, un modo divertente e leggero per parlare di autostima, tema centrale del racconto: tutti i personaggi, infatti, dimostrano durante il viaggio di possedere già le doti di cui sono alla ricerca; semplicemente non se ne rendono conto. Anche Dorothy possiede due poteri di cui non conosce la forza. Per prima cosa non sa che grazie alle scarpette che ha ai piedi, può decidere di tornare a casa quando vuole, basta battere i tacchi tre volte. E poi non sa che con la sua bontà, la sua dolcezza e il suo prendersi cura degli altri, ha restituito dignità ai suoi amici. La bambina è dunque il mezzo grazie al quale tutto il regno di Oz si anima: senza il suo arrivo e la sua ricerca nessuno avrebbe trovato ciò che stava cercando.
Giunti alla Città di Smeraldo, un guardiano fornisce alla compagnia occhiali speciali per proteggersi dall’accecante luce verde emanata da ogni cosa. Baum è il solito furbacchione, e dimostra di conoscere già la teoria dei colori e di essere un appassionato di tecnologia, tanto che alcuni studiosi hanno ipotizzato che la forte luce verde fosse un richiamo alla scoperta dell’elettricità. L’incontro col Mago sarà emozionante quanto illusorio: dopo aver ucciso la temibile Strega dell’Ovest e aver ottenuto cuore, cervello e coraggio, i nostri amici scoprono che dietro al grande Mago si nasconde un vecchietto abile nei trucchi meccanici (per alcuni una caricatura dello stesso Baum), che svanisce nel nulla proprio come era arrivato ad Oz anni prima. Gli eroi dovranno trovare da soli il modo di condurre la vicenda a lieto fine, con un’altra dose di autostima e un piccolo aiuto dalla Strega Buona, che esaudisce Dorothy e le svela i segreti della sua avventura.
C’è molto di Baum in questo racconto: il vecchietto, si diceva, è presumibilmente un richiamo alla sua passione per la tecnologia; il Boscaiolo di Latta che non trova un cuore e che ha bisogno del lubrificante per muoversi sono simboli non troppo velati delle sue esperienze lavorative (così come la Città di Porcellana) e dei suoi problemi cardiaci. Poi c’è il Regno di Oz, un mondo di fantasia, un universo parallelo in cui rifugiarsi per trovare le proprie doti, da spendere poi nel mondo reale. Ad Oz i personaggi trovano il loro “posto” e la loro dimensione, acquistano dignità. Per avvicinarsi al mondo dei ragazzi, Baum riempie il racconto di simboli, dà voce perfino agli animali ed inventa le Streghe Buone, in controtendenza con la tradizione letteraria di allora.
Nei primi anni il libro fu tacciato di “populismo” (il cui programma si avvicinava di molto a quello del socialismo), e tra gli anni ’30 e ’40 l’opera fu bandita da alcune biblioteche pubbliche, perché, si diceva, i messaggi contenuti incoraggiavano al negativismo. Solo dopo qualche anno il racconto acquistò la valenza che meritava, tanto che scrittori e critici (tra cui Ray Bradbury, maestro della fantascienza) ne rivalutarono i contenuti. Nell’introduzione al testo è proprio l’autore ad indicare l’obiettivo dell’opera: «dopo aver servito per generazioni, l’antica fiaba può ormai essere classificata come “storica” […] è giunta l’ora di una serie di racconti meravigliosi con l’eliminazione di genietti, nani e fate stereotipate, nonché degli episodi terribili e sanguinosi […] un racconto di fiabe modernizzato, in cui siano mantenute la meraviglia e la gioia, mentre i patemi d’animo e gli incubi non ci sono più».
Con o senza morale, questo libro rimane nella memoria di molti per quel tocco di leggerezza di cui è impregnata ogni pagina. La semplicità vince sul male, ed i nostri eroi non sono super uomini, ma una bambina, un animale, un mucchio di paglia e del ferro arrugginito. Essi non hanno poteri magici, o se li hanno non se ne rendono conto. Vivono la loro avventura alla ricerca di qualcosa che li completi, e costruiscono il loro viaggio con coraggio, cuore, cervello ed amore: le doti più umane e più giuste da utilizzare, in qualsiasi mondo, reale o fantastico.




