Scott Derrickson – Sinister

C’è sempre, negli horror, un momento nel quale s’intuisce che tutto andrà irrimediabilmente a rotoli. È un frangente chiave, sottolineato di solito da un’inquadratura interlocutoria, da un commento sonoro “sospeso”, da un’occhiata del protagonista. In Sinister, la sensazione della passata stagione cinematografica USA (80 milioni di incassi a fronte di 3 spesi), il passaggio cruciale è quando Ellison Oswalt, scrittore fallito di thriller-verità su omicidi irrisolti, trova nella soffitta della casa degli Stevenson (in cui s’è trasferito con moglie e figli) una vecchia scatola contenente dei filmini in super 8. Le pellicole, contrassegnate da titoli come Party in piscina, Tempo di dormire e Famiglia all’aperto, mostrano in realtà efferati delitti – tra cui quello degli Stevenson, impiccati in giardino (la figlia minore, invece, è scomparsa). Si chiariscono così le regole del gioco: tutto Sinister, infatti, allude costantemente al potere del cinema, alla sua capacità stregonesca di rubare l’anima.

Oswalt non riesce a staccare gli occhi dalle pellicole, sebbene vi veda scene terribili, e noi con lui. Perché? Nel suo caso, la motivazione razionale è decifrare il mistero. Primo, ha disperato bisogno di scrivere un libro che gli ridia il successo sfumato da qualche anno; secondo (più tardi), appurato di essere difronte ad una serie di delitti, deve salvare la pelle sua e della sua famiglia. Tuttavia, a livello inconscio, in Ellison gioca l’attrazione per il macabro e il morboso – il “lato oscuro”, insomma. Stesso discorso per noi spettatori, che malgrado il cuore in gola e i balzi sulla sedia prodotti da trucchi peraltro consueti (la soffitta buia, calpestii improvvisi, porte che si aprono da sole, presenze fantasmatiche), non rinunciamo a rimanere in sala. Sinister, dunque, non inventa nulla di nuovo: mescola un po’ The ring, un po’ Shining, un po’ L’esorcista e un po’ Paranormal activity, risalendo la corrente sino ai miti d’infanzia dell’Uomo Nero. Tuttavia, la pellicola di Scott Derrickson ha dalla sua l’innegabile capacità di infondere terrore e l’intelligenza di farlo in maniera non (troppo) grossolana. I filmati in super 8 che inframmezzano la storia di Oswalt sono realmente agghiaccianti, il racconto si prende tempi congrui, evitando lentezze eccessive, e il (delirante) finale, pur se in fondo prevedibile, ha una sua forza.

Sinister, dunque, al di là del sottotesto sempre attuale (i delitti familiari), parla di cinema come “abisso che scruta” e come rapporto tra immagine digitale e analogica in un’era di ipervisione. L’equilibrio, alla fine, si raggiunge: fa da collante lo Spettatore, con il suo bagaglio di paura ataviche ancora (fortunatamente) intatte.

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