I Low e Jeff Tweedy dei Wilco, assieme, sono una meraviglia. I primi ad architettare soffici locuzioni su droga, amore e lotta, e il secondo in cabina di regia, a stendere una patina acustica sul loro vissuto sofferto. The invisible way nasce così, come un ménage à trois tra post-rock, alt-country e trascendenza. Sono subdole, queste undici tracce: ostentano un andamento volutamente monotono, sommesso, anti-spettacolare, eppure negli interstizi tra le linee strumentali (acustiche) si annida un mondo di suggestioni, di malinconie irredente ed antiche come il mondo. Plastic cup apre così, con un folk percorso da un rimbombo ritmico e qualche tocco di piano: gioca la sua partita al confine tra la luce e l’ombra (si parla di test antidroga), e in questa dimensione crepuscolare rimane, perfettamente a suo agio, anche quando entrano gli archi. «And maybe you should write you own song / and move on» esorta Alan Sparhawk, ma dopo una meraviglia del genere, è più facile che si resti inchiodati a inseguire le proprie visioni su una parete.
Le tonalità, dicevamo prima, tendono al country. Holy ghost e So blue sfruttano lo stesso canovaccio: tocchi minimi e lievi, tensioni sotterranee, struggimenti controllati (canta Mimi Parker). Però non annoiano, e quasi ipnotizzano con il loro gusto per la sfumatura, con un lavoro di fino sul suono che è tutto l’opposto della ricerca della perfezione formale: è necessità dell’emozione. Sulla pulsazione di batteria e pianoforte di Waiting, nei varchi lasciati vuoti dalle voci di Sparhawk e Parker (splendidamente armonizzate), s’inserisce discreta una chitarra (elettrica stavolta) che accenna ad un fraseggio psych, morbido come l’edera che si abbarbica alle cancellate. L’elettrica fa capolino ancora in On my own, a sfaldare un motivetto al trotto leggero: la voragine sonora è irrecuperabile (o quasi), tant’è che subito dopo, a mo’ di chiusura, si propone To our knees, con la voce della Parker a mediare, vittoriosa, le probabili turbolenze di una Fender.
Prima, però, c’erano state altre delizie: Clarence White, ad esempio, Four score e soprattutto Just make it stop, che carbura poco a poco attingendo al soul e rilucendo di un pianismo (quasi) febbrile. Tutto perfetto, insomma, tutto indimenticabile, tutto necessario: The invisibile way ha un passo lieve, non fa proclami, ma riesce comunque ad essere dirompente, nel solito modo “nascosto” dei Low. Ce n’è bisogno di dischi così, sinceri ed appassionati. Bentornati.
