Black Rebel Motorcycle Club – Specter at the feast

“Professionisti del gain“: potremmo dire così dei Black Rebel Motorcycle Club. Che sono tre bravi ragazzi, in fondo, non gli scapestrati biker che pretendono di sembrare. Parimenti, la loro passione per il garage rock e la psichedelia, condita appunto da abbondanti distorsioni chitarristiche, non è mai stata selvaggia come nelle premesse: lontani da Stooges e MC5, Peter Heyes e Robert Levon Been hanno scommesso sin da subito sull’appeal istintivo di una formula che, con sufficiente dose d’intelligenza, sono riusciti a non far sfiorire nel corso degli anni. Specter at the feast è il sesto disco per la formazione, americana per due terzi e danese per l’altro (la batterista Leah Shapiro), e tutto sommato si muove lungo la scia dei predecessori, malgrado un piglio a tratti forse persino più visionario.

Il cuore pulsante di Specter at the feast è da rintracciarsi nei soliti numeri – adrenalinici, saturi ed indolenti. Nel beat militaresco di Let the day begin, ad esempio, una cover dei Call, il gruppo di papà Been, colto da infarto nel 2010 durante un concerto dei BRMC. E ancora: nell’ipnosi notturna di Fire walker, negli accenti disco-punk-blues di Hate the taste, nei martellamenti garage di Rival e Teenage disease, nello stoner di Funny games e nella più metallica Sell it. Si tratta di pezzi indubbiamente efficaci, è vero, ma che sembrano anche architettati con il minimo sforzo. Accanto a questi, si collocano le screziature U2 di Returning (non a caso il disco è stato registrato tra gli studi di Dave Grohl e il Rancho de la Luna a Joshua Tree), la cullante Lullaby e la lenta distesa di Lose yourself. Some kind of ghost e Sometimes the light introducono qualche elemento nuovo, declinando la componente lisergica del sound della band in chiave più metafisica e desertica. Anche qui, però, poca cosa, giacché si tratta di brani scarsamente incisivi, “esperimenti” più che altro buttati lì per inframmezzare con qualche variazione il tema consueto sviluppato dai tre.

«Ci è voluto parecchio tempo per mettere insieme questo disco – ha spiegato Been -. Credo che tutti noi avessimo raggiungo un punto di rottura dopo il nostro ultimo tour e avevamo bisogno di fare un passo indietro». Con queste canzoni, i Black Rebel Motorcycle Club sono tornati dunque in vita, e la forma è quella di sempre: né migliore né peggiore. Resta da capire se ciò sia effettivamente un bene: probabilmente, esplorare la rottura anziché affannarsi a ricoprirla con melodie ed arrangiamenti collaudati, avrebbe giovato a loro (alla loro musica, almeno) e a noi. Ma tutto questo è ampiamente fuori discussione quando sei un “professionista del gain”.

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