Ruben Fleischer – Gangster squad

Ecco come fa Hollywood: prende una storia (meglio se vera), la romanza un po’, mette su un super-cast e affida la regia ad un bravo mestierante. È la ricetta del successo con il minimo sforzo – con buona pace di originalità, profondità ed altre “sciocchezze” del genere. Gangster squad è un film da manuale: ben orchestrato, diretto con mano solida da Ruben Fleischer, interpretato da attori di sicuro livello (Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Emma Stone, Giovanni Ribisi, Nick Nolte), adrenalinico ma non senza qualche dilemma morale. Tuttavia, è anche un film prevedibile, scontato, infarcito di cliché e un po’ ipocrita.

La storia ruota intorno a Mickey Coen, spietato gangster di origini ebree che, nella Los Angeles del 1949, intraprende la sua scalata al potere. Per fermarlo e porre fine alla dilagante criminalità, il capo della polizia, Bill Parker (Nolte), dà mandato al sergente O’Mara (Brolin) di formare una squadra che, agendo all’infuori delle maglie strette della legalità, sgomini il boss e la sua cricca. O’Mara sceglie così Jerry Wooters (Gosling), un damerino con la faccia da schiaffi e la passione per le belle donne, Max Kennard (Robert Patrick), prototipo del cowboy col distintivo, il braccio destro di questi, Navidad Ramirez (Michael Peña), e lo specialista in sorveglianza e intelligence Conway Keeler (Ribisi). I primi pasi dei cinque non sono proprio felicissimi: nel tentativo di rapinare uno dei casinò di Coen, si fanno persino arrestare e sono costretti, poi, ad organizzare un’evasione. Poco a poco, però, le cose migliorano: i loro interventi mettono seriamente alla prova la (poca) pazienza del gangster, il quale, però, è lesto ad organizzare una trappola.

L’epilogo è una scazzottata furiosa tra Penn e Brolin, con quest’utlimo che, sebbene possa tranquillamente arrestare il primo, sceglie di dimostrargli in cosa loro due differiscono: la lealtà. Peccato che, fino a quel momento, O’Mara e i suoi non s’erano fatti scrupolo né di infrangere le regole del codice penale né di mettere a repentaglio la vita di innocenti. “Siamo in guerra”, sostiene O’Mara, e questo basta a zittire le timide lamentele del buon padre di famiglia Keeler, non a caso fatto fuori a tradimento prima del finale. All’intrigo – percorso, dicevamo, da spettacolari inseguimenti e sparatorie, drammatizzati da digitale e camera a mano – si aggiunge la storia d’amore tra Wooters e Grace Faraday (Emma Stone), donna del boss e tipica “ragazza perduta” del genere – giusto per non rinunciare all’ennesimo cliché.

Scritto da Will Beall, Gangster squad s’ispira ad una serie di racconti di Paul Lieberman apparsi sul Los Angeles Times, e strizza l’occhio a Gli intoccabili di Brian De Palma, senza tuttavia possederne l’ampio respiro epico, la caratura etica e l’inventiva filmica. La Hollywood più convenzionale, insomma.

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