È praticamente impossibile iniziare un pezzo su David Bowie senza incappare nei soliti luoghi comuni della stampa musicale. Ma “il Dorian Gray del rock”, la “trilogia berlinese”, l’“alieno”, sono stereotipi, convenzioni da scribacchini che non dicono in fondo nemmeno un decimo di quello che Bowie ha rappresentato e rappresenta tutt’ora per la moderna cultura pop. Il musicista inglese ne ha vissute tante di vite (eccolo, altro cliché): è stato il “Duca Bianco”, un folk-singer, la “puttana del rock’n’roll”, uno sperimentatore industrial, un soul man ed un compositore pop. In The next day la galleria dei personaggi è al completo, con citazioni più o meno esplicite, rimandi, rievocazioni sul filo della memoria. Tuttavia, questo nuovo capitolo della discografia bowiana trova la forza di non rimanere impigliato nelle secche della nostalgia e, anzi, infonde nuova linfa a melodie, strutture, arrangiamenti che, pur occhieggiando al passato, lo ridefiniscono continuamente, talvolta persino raggiungendolo (se non superandolo) in bellezza, in intensità.
Asciutte e insieme grondanti di riferimenti, ricchissime di sfumature, le quattordici canzoni di questo inaspettato ma a lungo sperato ritorno suonano titaniche eppure intime sino all’emozione, come un viaggio (non a caso, uno dei topos bowiani è proprio quello del pellegrino omerico). Where are we now?, in questo senso, è emblematica: un languido giro pianistico stile Hunky dory è lo sfondo su cui s’impressiona appena, con pudore, la Berlino dei giorni “eroici” con Iggy Pop, Brian Eno, Robert Fripp, quasi un luogo dell’anima ormai. Ma c’è anche Valentine’s day, intinta nei sogni spazial-romantici di Ziggy, un lampo di classe purissima che lascia nella polvere centinaia d’inseguitori (Suede su tutti). Pure You feel so lonely you could die è un attentato al cuore, perché il suo mix di valzer orchestrali e pulsazioni marziali chiama in causa Rock’n’roll suicide e Five years. Bowie, insomma, ha superato la crisi di mezza età che l’aveva paralizzato ed imprigionato (vedi Heat) ai tempi degli sfortunati Hours (1999), Heathen (2002) e Reality (2003). La sua penna (al pari della voce, come liberata) si muove con agilità e precisione millimetrica tra rock duri (la kinksiana Set the world on fire, The stars, la title-track), accenni funky (Dirty boys, Boss of me), infiltrazioni drum’n’bass (If you can see me) e sperimentazioni minimaliste (Dancing out in space, tra Low e le Supremes).
E alla fine, quando si dirada la nebbia di Heat, davvero ti viene da pensare che di musicisti così – enormi, annichilenti – in giro ce ne siano davvero pochi. Ma tant’è: «As long as there’s fire / As long as there’s me / As long as there’s you» David, sarà comunque sempre un piacere.
