Ian Curtis è morto, e da un pezzo anche, ma non se l’è mai passata così bene (musicalmente parlando) come in questi ultimi anni. In pieno revival post-punk, alle prese con una sconfinata nostalgia Eighties, plotoni di band si sono affannati a recuperare l’oscuro verbo del “profeta” manchesteriano e dei suoi Joy Division, con risultati più o meno dignitosi. La versione dei Psycho Kinder (di quel mood, prima ancora che di quel sound) è certamente tra le cose buone che il fenomeno abbia prodotto. Il trio maceratese, composto da Alessandro e Riccardo Camilletti e Giorgio Mozzicafreddo, con il suo primo EP scandaglia le paludi di un rock claustrofobico, apocalittico e superomistico, che ha i suoi numi tutelari appunto nei Joy Division e nei Death in June. L’aggiunta è un tocco di post-rock made in Italy, con i CCCP a nevrotizzare in primis i versi recitati di Alessandro Camilletti.
La vividezza delle atmosfere evocate, il loro mesmerizzante luccicore opaco, sono indubbiamente il punto di forza dell’operazione. I cliché del genere ci sono tutti (beat sintetici martellanti, bassi pulsanti, chitarre granulose), ma i tre riescono a restituirgli un certo vigore. Intriso di umori marziali e passioni nietzscheane, Democratiche ipocrisie mostra squarci interessanti soprattutto nell’arringa della title-track, nei lampi sonici di Per non impazzire e nel vortice marcescente di Spelonche. 2009 ha il sound giusto (azzeccati i poliritmi drum’n’bass), ma nell’insieme suona eccessivamente programmatica; ad Un uomo, invece, spetta la palma per testo migliore, con la bella immagine dell’«aquila con ali di catrame / costretta a mangiare con le galline» a racchiudere il nucleo tematico profondo dell’EP.
Non solo nostalgia, dunque: gli Psycho Kinder hanno buone idee e grinta. Mandati in soffitta i poster di Curtis e le maschere di Douglas P., in futuro potrebbero tirar fuori numeri sorprendenti.
