Johnny Marr – The messenger

Ha faticato un po’, Johnny Marr, nel suo percorso solista. Non che alla sua controparte vocale negli Smiths le cose siano andate benissimo, ma almeno Morrissey, nei suoi “years of refusal”, di cose degne di nota ne ha fatte. Marr, invece, che pure di quella band straordinaria era stato l’anima musicale, è rimasto impigliato in progetti poco brillanti (gli Electronic, con l’altro “reduce” Bernard Sumner) o inconcludenti (Boomslang, con gli Healers). Lontano dal successo ma anche dalla forma migliore, la sua Rickenbacker “jangly” ha vissuto per lo più di luce riflessa (le collaborazioni con Modest Mouse e Cribs): ovvio, dunque, che prima o poi dovesse affacciarsi in Johnny il desiderio di “fare per sé”. E così ecco The messenger, primo disco a recare in copertina solo il suo nome.

Nessuno, ovviamente, chiedeva a Marr di riportare le lancette dell’orologio al fatidico 1986 (l’anno di The Queen is dead), ma una prova un po’ più peculiare sì, quella era lecito attendersela. Le dodici tracce dell’LP si snodano tra accenni “madchesteriani”, riff crunchy e picking di ascendenza folk ma posseggono solo un’eco dell’antico tocco. Tutto è decisamente brit, ovviamente; e neppure sarebbe un male di per sé – del resto, il sound inglese degli ultimi anni è roba sua tanto quanto di Beatles, Who e Stones. Il punto, però, è che The right thing right sembra scritta da Noel Gallagher: e questo, al di là del giudizio sull’ex Oasis, non può essere un complimento per uno che, in passato, ha definito un’estetica (indie) estremamente personale. I want the hartbeat e Sun and the moon picchiano ma non lasciano nessun livido. Meglio European me (nelle premesse, più che nello svolgimento), la malinconica New town velocity e soprattutto Upstarts, che è sì senza pretese, ma almeno sfodera riff e melodia accattivanti. Insomma è quando il tono si fa più serioso/ambizioso (vedi il mix elettro-orchestrale di Say demense) che la costruzione di Marr crolla. World starts attack la butta sul funk, ma non è Barbarism begins at home: è un po’ David Byrne e un po’ uno scherzo, una cosa approntata senza troppa convinzione.

Sulla scarsa riuscita dell’operazione pesano pure i testi e l’interpretazione vocale: anche qui, la malattia che li affligge è una certa genericità. Doveva essere un disco «sull’Inghilterra e sul vivere in Europa», e invece The messenger è una raccolta di appunti spiegazzati, un po’ naïf e un po’ oziosi, che necessitavano forse i melismi e il “witticism” di una nostra vecchia conoscenza per recuperare un po’ di smalto…

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