How to Destroy Angels – Welcome oblivion

In principio erano i Nine Inch Nails, la “spirale” che trascinava all’inferno (sintetico) il rock alternativo, coniando un suggestivo sound industriale per le masse. Il debutto del 1994 (The downward spiral, appunto) fu un successone: numero due nella classifica di Billboard – chi l’avrebbe mai detto? Da lì, in poi, per Trent Reznor la strada fu spianata, e la vittoria agli Oscar per la soundtrack del fincheriano The social network (con Atticus Ross) rappresentò il coronamento di un percorso sempre originale, pur senza particolari picchi all’infuori del leggendario esordio. Gli ultimi dodici mesi, hanno visto il buon Trent alle prese con un po’ di progetti: lo score per Black ops II, videogame della saga Call of duty, una partnership con Dr. Dre per il lancio di un servizio simil-Spotify (Daisy) e, soprattutto, il ritorno degli How to Destroy Angels, monicker di cui è intestatario assieme alla moglie, Mariqueen Maandig, al fido Ross e a Rob Sheridan, altro collaboratore di lungo corso.

Così, a breve distanza dal secondo EP, An omen, arriva il primo full-lenght, Welcome oblivion, pubblicato dalla major Columbia (altra novità). L’album si muove dentro un perimetro ampiamente collaudato, un’elettronica granulosa che assimila, sotto le insegne del perturbante, scaglie di colonne sonore, vagiti soul/r’n’b e spunti cyber. Il motivo d’interesse principale è innegabilmente il sound: le pulsazioni inquiete dell’incubo digitale di And the sky began to scream, la mimesi hip-hop della sensuale Too late, all gone e il groove funky di String and attractrors, sono superbi manufatti di produzione, esplorazioni delle possibilità manipolative del suono prima ancora che efficaci dimostrazioni di scrittura “trasversale”. La title-track, un magma colloso di chitarre processate, echi e riverberi, e la corrosione infetta di The wake-up, nascono e prendono forma in quel “sonno della ragione” che “genera mostri” (tanto per citare Goya ed uno dei titoli di An omen). In generale, dunque, in Welcome oblivion ci sono meno spigoli rispetto ai migliori (ovvero peggiori) Nine Inch Nails e un incedere più subdolo (The loop closes), ma non per questo più rassicurazioni (We fade away, On the wing).

Certo, il canovaccio alla lunga suona un po’ ripetitivo, traducendosi qua e là in svolgimenti poco brillanti (l’r’n’b How long?) o prevedibili (il mantra di Halloweed ground) e in esperimenti fuori posto (il folk di Ice age). Come se non bastasse, la Maandig fa davvero poco per farsi ricordare: ci mette le note giuste, certo, una discreta dose di personalità, ma l’impressione è che al posto suo potesse esserci chiunque. Non un Reznor al top, insomma, ma il livello è comunque alto.

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