Ad una certa età, i tributi paiono inevitabili. Si cresce, si matura, un po’ di ardori si spengono, e ti ritrovi a riflettere sulla tua vita, artistica e non, con la voglia di provare a tracciare un bel bilancio. Se poi per te la tradizione ha giocato sin da subito un ruolo fondamentale, è quasi fisiologico che, intorno ai quaranta, il gusto del passato, la voglia di esplorare i confini della tua cultura con approccio più riguardoso, si ripresenti spesso. Per Ben Harper, la prima volta è stata con i Blind Boys of Alabama, incontro che ha fruttato le incursioni gospel di There will be a light (2004) e il Live at the Apollo (2005). Ora, dopo un paio di album belli duri (White lies for dark times e Give till it’s gone), il musicista si è concesso un secondo rendez-vous con le proprie radici. Stavolta, però, ad attenderlo al crocicchio di una polverosa strada del Mississippi ci sono Charlie Musselwhite e la sua armonica.
Il risultato è questo Get up!, un’immersione nelle “dodici battute”, un po’ acustiche e un po’ elettriche, un po’ arrabbiate e un po’ indolenzite. Sebbene non manchino i consueti colori soul (non a caso il disco esce per la rinata Stax/Concord), rispetto alle ultime prove del songwriter californiano c’è meno varietà, meno smalto. Harper si ritaglia il ruolo di regista dell’operazione, sta attento ad orchestrare tutto senza debordare, cercando di non soffocare il feeling con inutili virtuosismi. Idem per Musselwhite, i cui interventi hanno il dono della puntualità e ben s’accordano con le linee essenziali di basso, chitarra e batteria e la vocalità intensa di Harper. In questo senso, tanto la morbide Don’t look twice e You found another lover che l’ombrosa I ride at dawn o le più dure I don’t belive a word you say, Get up! e Blood side out, si pongono nel solco di una graziosa convenzionalità, priva di spigoli ma comunque genuina. Stesso discorso per le “infiltrazioni” gospel di We can’t end this way (un tempo di valzer scandito da un battito di mani) o per il più vivace shuffle di She got kick.
Lo spettro dei riferimenti, insomma, è ampio (in senso sincronico): si va da Robert Johnson a Muddy Waters ai Led Zeppelin a Eric Clapton. Soprattutto, però, c’è molto di Harper qui, del suo passato (più recente), dalle escursioni rock con i Rentless 7 alle più sofisticate atmosfere acustiche evocate assieme agli Innocent Criminals. Get up!, dunque, ha un valore più documentale che artistico: testimonia di uno slancio, di una passione genuina per la tradizione da parte del songwriter americano, e fornisce l’ennesimo buon compendio delle sue influenze. Per l’originalità, però, bisogna cercare altrove.
