Diciamolo pure: quando il tuo film viene rinviato per evitare interferenze con le elezioni presidenziali USA, allora vuol dire che ce l’hai davvero fatta. Non che nel caso di Kathryn Bigelow potessero sussistere molti dubbi, ormai: l’Oscar per la regia (il primo per una donna) dell’imponente The hurt locker (2009), ne aveva già sancito l’ingresso nella serie A di Hollywood, quella, per intenderci, nella quale di solito giocano gli uomini. E qui si apre una considerazione interessante proprio su Zero dark thirty, il film con cui il 24 febbraio la Bigelow potrebbe rovinare la festa a Steven Spielberg e al suo Lincoln.
La Maya protagonista della pellicola (un’agente della CIA impegnata nella caccia a Osama Bin Laden), con la sua grinta, la ferrea determinazione, il talento, è un bell’alter-ego dell’autrice: come il personaggio di Jessica Chastain, la Bigelow si muove in un mondo di uomini, come lei, su quel mondo, ha una prospettiva diversa, adotta tecniche tutte sue. E come lei, alla fine, vince.
Zero dark thirty è un’opera notevole: rilegge dieci anni di “guerra al terrore” con una precisione e un’onestà intellettuale disarmanti. Non c’è nulla che sia fuori posto nei 139 minuti della pellicola – non un’inquadratura, non un dialogo, non una luce. Con il consueto stile semi-documentaristico («reported film» lo chiama lei), la regista statunitense mette in scena la caccia della CIA al nemico pubblico numero uno degli USA, dall’attacco alle Torri del 2001 alla cattura e uccisione nel 2011.
Il lavoro documentale alla base della sceneggiatura di Mark Boal (compagno della regista), che ha avuto accesso a materiale “top secret” (da qui un mucchio di polemiche), e la cura della messa in scena, sono paragonabili per zelo e lucidità all’azione di Maya per decapitare i vertici di Al Qaida. Zero dark thirty è un film duro, ma a modo suo, nient’affatto testosteronico o sopra le righe: la regia non risparmia le vergognose torture ai presunti terroristi (il “waterboarding”, marchio di fabbrica dell’era Bush) come le scene spettacolari, ma evita nelle prime il sadismo e nelle seconde la retorica action (i quaranta minuti “al buio” dell’epilogo).
La Bigelow, insomma, si serve del teatro mediorientale per imbastire una più profonda riflessione sul tema del femminile nel mondo; racconta, con efficacissimo passo thriller, gli orrori del fondamentalismo islamico e le nefandezze degli “esportatori della democrazia” da un lato, e dall’altro un secondo conflitto, quello legato all’essere donna oggi, con tutte le contraddizioni (Maya non si ribella alla tortura, schiacciata dal peso storico del suo ruolo) e le complessità del caso.
