Helena Janeczek – Bloody cow

Sottrarre una storia dall’orrore asettico della cronaca, raccontarla per rinnovare il turbamento e la commozione, metterla alla prova della finzione letteraria per riconsegnarla al vero dell’umanità persa nel mentre del divenire notizia. Sono queste le linee tracciate dalla penna di Helena Janeczek in Bloody cow, un non-romanzo drammatico, impressionante e certamente innovativo sulla BSE, il morbo della Bovine Spongiform Encephalopathy che i media nostrani ci hanno abituato a chiamare “mucca pazza”.

Sugli scaffali dei supermercati sono tornate le bistecche fiorentine e nessuno si fa più problemi ad infilzare la propria forchetta tra le succose carni di un vitello divenuto hamburger. Lo spettro della BSE è stato risucchiato dai gorghi vertiginosi dell’informazione e le fragili mucche barcollanti del 2001 sono solo un ricordo nel via vai dell’immaginario collettivo. Eppure Helena Janeczek ha pensato di passare un panno sulla polvere che ha ricoperto i verbali di veterinari, medici, nutrizionisti ed ha ripreso in mano le righe scritte nel 2002 poste a finale del suo Cibo – testo ibrido e sperimentale sugli squilibri e sulle bulimie, non solo alimentari, della contemporaneità. Il risultato del rimaneggiamento sono queste pagine edite da Il saggiatore, le più appassionate in circolazione sulla mucca pazza e sulle morti umane che questa ha prodotto.

Aggirandosi tra mattatoi rumorosi, carichi di tanfo e pascoli verdi in cui esili vitellini scorrazzano tra cumuli di spazzatura, Helena Janeczek racconta da donna, da lettrice, da abituale consumatrice di carne, la storia assurda e vera della vegetariana Clare Tomkins, morta a ventiquattro anni per la malattia di Creutzfeld – Jakob.

Destreggiandosi con il senso di colpa e le aberrazioni di una società che sfiora la pratica bieca dell’antropofagia nella sua iperproduttività masochista, Bloody cow parte dalla freddezza della cronaca per arrivare dove solo Gomorra era riuscito. Come l’opera clou di Saviano – alla quale la Janeczek ha lavorato come editor per Mondadori – questo flebile libriccino di neanche cento pagine è capace di sostituire alla ricezione indifferente della notizia il calore, anche se tragico, della storia raccontata.

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