Arbouretum – Coming out of the fog

Ritmi ipnotici, chitarre che ti scavano dentro, testi che evocano lotte impari tra uomo e forze misteriose: gli Arbouretum vivono in un cantuccio tutto loro, fatto di ombre, solido artigianato e squarci di metafisica. Lontano dal roots rock stereoideo dei Band of Horses o dalla stucchevolezza affettata dei Mumford & Sons, Dave Heumann si crogiola nelle sue ossessioni ultraterrene al suono di un country-rock che parte da Will Oldham per abbracciare nientemeno che Richard Thompson. Rites of uncovering (2007) è il classico degli Arbouretum, ma questo Coming out of the fog regge bene il confronto quanto a classe e sostanza. Gli ingredienti sono i soliti, ma la vividezza del tratto di Heumann, la sua forza espressiva (come quella della band che l’accompagna), rimangono impressionanti. Riff di power chords granulosi, bassi “crunchy” (Corey Allender) e drumming metronomici (Brian Carey) costituiscono l’asse portante dell’album, il quale non rinuncia comunque a ben calibrate variazioni acustiche e a qualche sobrio spunto sintetico (Matthew Pierce).

La ricetta è efficace sin dalle prima battute: The long night, robusta e mesmerizzante, esemplifica il mood del disco, una galoppata in una selva di solitudine e malinconia, con, di tanto in tanto, qualche raggio d’ottimismo a penetrare l’oscurità. Il blues riecheggia in Renouncer (ispirata alla storia di San Simeone, che visse per 37 anni su una colonna per avvicarsi a Dio) e soprattutto in All at once, the turning weather, che strizza forse l’occhio a Josh Homme e sfodera un bel solo elettrico. Più incalzante The promise, da manuale del fuzz, mentre nella litania marziale World split open la tensione è in primis psicologica. Non è questione di effetti speciali: Oceans don’t sing e la title-track (introdotta dallo strumentale Easter island, l’unico riempitivo della raccolta) mostrano che gli Arboretum sanno incantare anche con piano, sei corde acustica e pedal steel (Dave Hadley).

Coming out of the fog centra insomma il bersaglio con la “sola” forza delle canzoni, con il loro fascino antico, quell’aroma di stagionatura che non ha nulla di nostalgico o retrogrado, ma solo di prezioso. C’è un senso di confortevole familiarità, qui, pur nella sostanziale oscurità dell’insieme, un tocco gentile che lenisce le ferite e dissolve la nebbia. Ecco cos’è: la Bellezza…

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