Robert Zemeckis – Flight

«Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi», diceva Brecht. Evidentemente, tra i popoli beati non si può proprio annoverare quello americano. Del resto, senza un Titano che soffre, strepita, suda e alla fine spazza via ogni ostacolo tra sé e la gloria, il tanto celebrato “Sogno” sarebbe una storiellina priva di senso, non certo il pilastro fondante di un’intera cultura. Non a caso, il cinema USA è sempre stato prodigo di figure colossali, anche nella loro grettezza, crudeltà, miseria. Le ha cantate e celebrate fino al parossismo, adoperate come arma di anacronistica rivalsa storica (pensate a Rambo), le ha bistrattate, mostrandone i tratti peggiori e con essi i vizi di una società intera, che brucia miti e leggende alla velocità di un servizio di telegiornale. Comunque sia, di certo Hollywood non è rimasta indifferente al loro fascino. Zemeckis, poi, con gli eroi ha un legame particolare. Perché è l’autore di Ritorno al futuro (1985), Forrest Gump (1994) e Cast away (2000), ovvero di un cinema che esalta l’uomo comune d’un tratto alle prese con situazioni potenzialmente dirompenti (la Storia, il naufragio su un isola, il futuro). I suoi personaggi, insomma, “precipitano” nei guai: proprio come il Whip Whitaker protagonista di Flight.

Il paradosso è che Whip uno schianto lo evita davvero: pilota di linea, salva il suo aereo e un centinaio di passeggeri da morte certa con una manovra acrobatica. Malgrado la scena in questione, davvero notevole per perizia tecnica e coefficiente di spettacolarità, di “action” in Flight c’è poco. Dopo il salvataggio (ed ecco il paradosso di cui sopra), Whitaker si trova infatti al centro di un’indagine del NTSB (l’ente per la sicurezza dei trasporti americano) per abuso di alcool e droga (la notte prima del volo aveva passato qualche ora “selvaggia” in compagnia di una hostess). Assediato dalle domande di giornalisti e investigatori, l’uomo va lentamente ma inesorabilmente in pezzi. A nulla serve il legame che stringe con la tossica Nicole, un’altra lanciata senza freni verso il baratro (l’incipit del film, in montaggio parallelo, salda i due percorsi esistenziali): a Whip servirà la catarsi della verità per tornare almeno a galla.

Flight, dunque, pur se aperto anche a letture socio-politiche (la sete collettiva di capri espiatori, l’ascesa e caduta dell’impero USA), è in realtà tutto incentrato sull’Eroe (ben interpretato da Denzel Washington), un uomo “eccezionale” in tutti i sensi eppure spaventosamente (squallidamente) normale. Qualche schematismo, alcuni eccessi (l’incongruo Harling Mays di John Goodman, che pare uscito da Paura e delirio a Las Vegas) ed una certa superficialità dell’insieme fiaccano però il ritratto, che non si eleva così da un’onesta medietà. Una fine ingloriosa per un Eroe…

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