Il primo a cui fu proposto, nel 1957, di partecipare alla trasposizione cinematografica del romanzo Sulla strada (On the road) di Jack Kerouac, fu Marlon Brando, ma l’idea non andò in porto. Ci volle parecchio tempo, esattamente il 2012, perché il regista brasiliano Walter Salles realizzasse un progetto tanto ambizioso. Perché ambizioso? Perché On the road è uno dei libri più importanti e famosi legati alla Beat Generation, una corrente artistica sorta intorno agli anni Cinquanta negli Stati Uniti, che si poneva in aperta rottura con gli schemi mentali e culturali della tradizione. In seguito, da tale istanza si svilupparono una serie di ideologie che costituirono la base dei movimenti studenteschi del Sessantotto, oltre che della cultura hippie. Fu grazie a Fernanda Pivano e alle sue traduzioni se molti scrittori Beat conobbero una certa fortuna e diffusione nel nostro paese: Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs, solo per citarne alcuni.
On the road racconta la storia di Sal Paradise (Sam Riley) e Dean Moriarty (Garrett Hedlund), due giovani dalle vite diverse, eppure affini per quanto riguarda il desiderio di libertà, di un’esistenza priva di regole, emancipata dalle convenzioni. Dunque, partono per un viaggio attraverso gli States, che li porterà a scoprire le loro vere aspirazioni.
All’inizio si diceva che Salles si è imbarcato in un progetto ambizioso e, in parte, anche rischioso. La sfida è vinta, perché quelle che sono le intenzioni di base del romanzo sono state mantenute e ritratte nel film. Implicite sono le falle nel mito del “sogno americano”, il quale è indirettamente messo in discussione: l’accumulo di ricchezze non è sinonimo di felicità, quanto piuttosto è la ricerca di noi stessi, di quello che siamo e realmente vogliamo, a determinare la nostra pace interiore (tema trattato pure da Sean Penn in Into the wild, dal libro di Jon Krakauer su Christopher McCandless). Tuttavia, questo viaggio metaforico è molto più complesso di quanto sembri: i luoghi sono luoghi, possono essere abbandonati, e un uomo può mettere molti chilometri tra di sé e ciò che lo fa soffrire. Ma non si può sfuggire dal proprio io e l’esplorazione dei protagonisti di Salles di nuovi scenari si configura come un eterno confronto con gli altri per trasformare se stessi: per citare Viaggio con Charley, di un altro grande nome della letteratura americana, John Steinbeck, «le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone».
