I Am Kloot – Let it all in

Sembra ieri che gli I Am Kloot cantavano «I’m the morning rain / it’s me again / I won’t go away». E invece no, non è proprio ieri: sono passati quattordici anni, c’era (c’era davvero?) un “New Acustic Movement”, c’erano gli Oasis, c’era un mondo che, tra timori millenaristici e minacce di “bachi” digitali, si apprestava a superare la “soglia psicologica” dei 2000. Era, letteralmente, un secolo fa. Il paradosso, però, è che nonostante le pagine di calendario strappate, poche cose sono effettivamente cambiate: i Blur ci sono ancora (e chissà che non ci ripensino anche gli Oasis), le profezie secolari pure (non più l’Apocalisse, ma i Maya), e soprattutto ci sono loro, gli I Am Kloot.

Cinque (con questo) dischi nel curriculum, ma John Bramwell e soci, a dispetto di qualche occasionale comparsata nelle chart, sono ancora alle prese con i fantasmi di un “culto” semi-sotterraneo in odore, per paradosso tutto post-moderno, di classicità. La loro è un’idea di canzone in nuce intima, raccolta, tenera, ma in realtà aperta al brivido dell’inquietudine, dell’amarezza tinta di rabbia, del graffio blues, dell’esuberanza jazz, dell’esplosione orchestrale. Niente per cui strapparsi i capelli, tuttavia, nei momenti migliori, molto meglio di tanta altra paccottiglia indie-folk in circolazione. Sennonché il picco degli I Am Kloot è proprio il primo disco, Natural history (di cui, a sua volta, la succitata Morning rain è uno degli apici). Dopo, poco altro da segnalare: Proof (dal secondo e omonimo LP, del 2000) e una tranquilla medietà, fatta di trame soporifere e motivetti innocui, per quanto ben disegnati. Let it all in tenta di alzare le quotazioni della band con l’aiuto degli amici Guy Garvey e Craig Potter degli Elbow (altri “eterni secondi”), di nuovo in cabina di regia dopo Sky at night (2010): stavolta, però, ci sono meno impennate sinfoniche e un mood, nel complesso, più pacato, quasi ottimista. La scelta ha pagato più sul versante commerciale (il record della decima posizione nella classifica britannica) che non su quello artistico, ma tant’è. Il punto è il solito: tutto, in Let it all in, è delizioso, dalla swingante Bullets alle orchestrazioni eltonjohniane di Hold back the night, dalle beatlesiane Some better day e Masquerade alla commossa Even the stars. Nulla, però, è davvero memorabile, e nell’economia complessiva del disco, tutta questa carineria finisce con il confondersi con l’uniformità, la monotonia.

Bravi, artigianali, umili, retrò e, anzi, fuori dal tempo. Classici “indie” tutti odierni, insomma.

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