Quentin Tarantino – Django unchained

Alla base di Django unchained c’è il film di Sergio Corbucci, Django (1966), “cult” dello spaghetti-western, con protagonista Franco Nero (per lui, un piccolo cameo che sa di passaggio di consegne). Nessuna sorpresa, ovviamente. Chi lo conosce bene, sa quanto i cliché (anche estetici) dei b-movie nostrani si siano “infiltrati” nel lavoro di Quentin Tarantino, contribuendo così a definire un tessuto filmico che, sorretto da un raffinato gioco citazionista, ha intrapreso un’indagine seria e rigorosa sui meccanismi della narrazione cinematografica.

Chiacchieratissimo (puntuale l’accusa di razzismo di Spike Lee) e già in testa agli incassi dei botteghini, Django unchained ricalca, nel copione, lo schema del recente Bastardi senza gloria (2009): al di là del volto di Christoph Waltz, i film hanno in comune il confronto con la Storia (il nazismo per il primo, l’America dei negrieri per quest’ultimo), il gusto dei personaggi per la messinscena, la recita, e il topos della vendetta, una rivalsa anacronistica da consumarsi, as usual, nel modo più cruento possibile. Ma se anche l’effetto-sorpresa viene un po’ meno, Django unchained è comunque un’opera impressionante. Tarantino racconta la storia di uno schiavo nero, Django (che ha il volto fiero di Jamie Foxx), liberato e addestrato alla professione da un cacciatore di taglie (il dottor – è un dentista – King Schultz, alias Waltz). I due prima fanno un po’ di affari assieme, stendendo qualche pericoloso fuggiasco, poi, uniti da una sincera amicizia, si cimentano in un’impresa rischiosissima: liberare la moglie di Django, Broomhilda (la sorpresa Kerry Washinghton), ancora in catene nella piantagione del ricco, capriccioso e crudele Calvin Candie (uno strepitoso Leonardo DiCaprio). I due fingeranno di essere interessati all’acquisto di un mandingo lottatore (ecco la “recita” di cui sopra) per avvicinare Candie e proporgli, poi, di comprare la donna. Solo che uno schiavo del ricco signore, il fedelissimo Stephen (Samuel L. Jackson, perfido e caciarone), spiffera tutto e costringe i nemici alla resa dei conti. Che avverrà, dicevamo, in forma spettacolare e (letteralmente) esplosiva, a fornire così “catarsi” ad una violenza che, nella prima parte, era più evocata che mostrata (l’uomo sbranato dai cani).

Tarantino, insomma, ha messo in scena uno spettacolo perfetto per senso dei tempi e degli spazi, fotografia, dialoghi e direzione degli attori, che unisce in un abbraccio cinico, grottesco e parodistico insieme, Sergio Leone e John Ford, sporcandosi le mani con l’r’n’b da “blaxploitation” e le saghe nordiche (Schultz suggerisce un parallelo tra Django e Sigfrido). Un fragoroso, potente e sincero sberleffo anti-razzista, non immune da momenti di poesia pura. Con buona pace di Spike Lee.

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie