Ivano De Matteo – Gli equilibristi

Nel caso de Gli equilibristi, citare subito la strepitosa performance di Valerio Mastandrea non è un modo per ridimensionare le carenze (che pure ci sono) del film di Ivano De Matteo, ma semplicemente per rendere omaggio a quello che, ora, è il miglior attore italiano in circolazione. Basta un’occhiata, uno sguardo – meno, la sola presenza davanti alla telecamera – e il suo Giulio diventa, da eroe di cellulosa, il segno di una depressione più ampia, di un conflitto più profondo – quello, attualissimo, tra le ragioni della sopravvivenza in un mondo che un capitalismo impazzito ha stravolto definitivamente, e quelle della dignità. Gli equilibristi allestisce una storia “normale”: “normale” è il tono (un mix di commedia e dramma che rifugge le tinte forti), “normale” la messinscena, “normale” è soprattutto la storia – ed è questa “normalità” che genera l’orrore. Perché De Matteo ci parla di una vicenda comune, con un uomo – un padre separato – che, da un giorno all’altro, scopre che i suoi 1.200 euro di stipendio da impiegato comunale non bastano più non a pagare il mutuo e le rate della macchina, ma proprio a mangiare. La parabola prevede il passaggio dal tetto familiare all’abitazione di un amico ad una squallida pensioncina in zona Tiburtina; da lì al dormire nella macchina, lavarsi nei bagni pubblici e mangiare alla mensa dei poveri, il passo è brevissimo, ed avviene senza colpo ferire, con una “naturalezza” disarmante.

Gli equilibristi, e già il titolo rende bene l’idea di vite vissute in bilico, tra risate per non piangere e ansie nel cuore della notte, tra un lavoro che se anche c’è non basta mai e una famiglia da mantenere, tra il bisogno di aiuto e l’orgoglio che impedisce di gridare. Per i 100 minuti della pellicola (applauditissima a Venezia), Giulio è come vampirizzato: perde progressivamente colore, vitalità, si trasforma in uno spettro, prigioniero di una routine aberrante, insensata, con l’ossessione dei conti che, fatti e rifatti su mille pezzi di carta, non tornano mai. Il finale, à la Umberto D., riconsegna un po’ di calore, di speranza, e dà allo spettatore la sua catarsi, necessaria dopo un’immersione del genere.

De Matteo (Er Puma di Romanzo criminale, la serie) non ha fatto un film perfetto, dicevamo: alcuni movimenti di macchina superflui, qualche schematismo e il personaggio un po’ troppo stereotipato di Elena, la moglie di Giulio (Barbora Bobulova), incrinano un’opera comunque ben costruita, efficace nell’affrescare un incubo concentrazionario che ha il sapore, terribile, della “normalità”.

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