Baustelle – Fantasma

Il futuro non esiste più. Ce l’ha rubato un mondo calcolatore e ottuso, fatto di «scimmie» che “cazzeggiano” con il potere, di «cavalieri del lavoro simili a Gesù», di seni rifatti, di crisi economiche, di un «vuoto ineluttabile» intercettato dalle «antenne di Segrate». «La morte non esiste più», appunto: prigionieri di un eterno presente (incerto), figli di quei baby boomer che invece un futuro riuscivano eccome a concepirlo e architettarlo, vaghiamo come fantasmi, alla deriva in un mare di ricordi, fotografie ingiallite che ricorrono ossessive a scandire, come flash, il nostro non-tempo.

Il futuro è il convitato di pietra di Fantasma, il nuovo disco dei Baustelle. Le 19 tracce, tra brani cantati e strumentali-lampo, lo blandiscono continuamente, ci girano intorno, ma non hanno mai il coraggio di affrontarlo a viso aperto: è un fantasma, e coi fantasmi è facile che il coraggio latiti. In questo senso, la nuova fatica di Francesco Bianconi e soci ha un valore documentale più che artistico. Nell’anelito classicista di questi pezzi, contesi tra fiumi di parole (colte) e orchestrazioni sontuose, immersi in atmosfere goticheggianti o decadenti alla maniera degli chansonnier francesi e grondanti citazioni dei “classici” (Ravel, ma anche Tenco, Bindi, De Andrè, Endrigo), c’è tutta la contraddizione di un’epoca e di una scena musicale che pretendono e invocano un futuro pur tenendo, comodamente, la testa rivolta all’indietro. Non è questione di sincerità: Nessuno, Diorama e Monumentale, ad esempio, vibrano di commozione vera, di genuino struggimento. Sono, però, requiem per un futuro che, a questo punto, non può arrivare, perché costretto a subire l’eterno ricatto del passato. «Bisogna avere fede / navigare nello spazio siderale / presuppore l’aldilà / che siamo troppo avvezzi a stare male / a proteggerci dal sole», canta Bastreghi in Radioattività, ma Fantasma non raccoglie la sfida, si chiude nella sua «dimora gotica» fatta di ricordi di Morricone e Scott Walker, e si crogiola nella sua mancanza di speranza, nel suo malessere insopprimibile ed eterno.

Al di là, però, della vena passatista, ci sono altri problemi. Di equilibrio, ad esempio, con gli arrangiamenti “eccessivi” che infiacchiscono melodie spesso già nate deboli (Cristina, L’estinzione della razza umana, Il futuro). Più in generale, il disco è infarcito di cliché e stereotipi baustelliani a rischio auto-parodia (i cimiteri che «non danno pensieri» dell’incipit di Monumentale, l’andamento de La morte). Fantasma, insomma, non è un disco su una temporalità impazzita, piuttosto un prodotto di un’epoca di temporalità impazzita: si evoca costantemente una fine, un’Apocalisse, ma sembra quasi una soluzione di comodo, un modo per non guardarsi dentro e, dunque, per non guardare avanti.

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