Oggi non ci siamo abituati. Una band che, dopo un debutto coi fiocchi, peraltro nel solco di un sound e di un immaginario consolidatissimi (la goth-wave anni ’80), cambi pelle e, addirittura, complichi la sua musica, non è cosa che capiti frequentemente. Anzi. Con questo secondo album, Wash the sins not only the face, gli Esben and the Witch rielaborano le loro consuete ossessioni “dark” a base di chitarre riverberate ed elettronica brumosa, diminuendo i decibel, diluendo le strutture e lavorando sulle tinte della malinconia. Una malinconia ancestrale, una nostalgia di cose lontanissime, non certo rivolta ai cliché del post-punk o (la nuova cifra stilistica) del dream-pop stile 4AD. Il punto è questo: Wash the sins not only the face non è, ovviamente, un disco perfetto, ma ha dalla sua una coerenza impressionante, una capacità non comune di perseguire, dal primo all’ultimo secondo, un’idea personale di canzone. In questo senso, le parole di Daniel Copeman («Avevamo un’idea chiara di quello che volevamo realizzare con questo album e di come realizzarla») non hanno nulla della retorica promozionale che, puntualmente, accompagna ogni nuova release.
Dei “muscoli” di Violet cries qui è sopravvissuto poco: giusto qualche accenno, ad esempio in Iceland spars, forte di sfuriate chitarristiche cariche di tensioni oniriche. Il resto, invece, è una Deathwaltz consumata intorno a buchi neri fiammeggianti, finti baricentri per coreografie fluide e stregate di sei corde e percussioni. Shimmering si muove circospetta, tra rintocchi elettrici, synth ambientali ed intrecci vocali eterei, e per un attimo quasi rischia di sparire, risucchiata da droni imponenti. Un cataclisma al ralenti, una Slow wave (titolo quasi programmatico) che travolge anche il post-punk “metallico” di Despair, uno dei rarissimi sussulti di vitalità (se non altro ritmico-strutturale). Un flusso unico: nella Yellow wood popolata dagli Esben, echi di passato (il folk) incocciano in scaglie di futuro (un battito disco), dando vita ad una dimensione onirica, un non-luogo musicale che sfugge a classificazioni temporali. Putting down the pray e The fall of Glorieta Mountain un po’ forse s’avvitano su se stesse, ma non per presunzione: è lo sconforto che precede alla grandiosa caduta di Smashed to pieces in the still of the night, una lunga e tortuosa galoppata nei meandri di una notte infinita.
Wash the sins not only the face è insomma un audace tentativo di riscrivere (per quel che è possibile) le regole di un gioco antichissimo, quel tira e molla un po’ lugubre e un po’esoterico tra gelo e passione immemori. “Gotico”, lo chiamano, ma qui sembra solo poesia…
